Viviamo un tempo «futurista». Niente a che vedere con Marinetti, che almeno compiva lo sforzo di una elaborazione concettuale. Nossignore, il nostro tempo scambia solo il futuro con l’immediato e non si cura della memoria. Peccato, perché spesso perde occasioni d’oro per capire il presente e forse per migliorare «l’immediato».

Si pensi, ad esempio, alla ricorrenza del 2 giugno di ottant’anni fa: l’Italia, distrutta dalla guerra e annichilita dal ventennio fascista viene chiamata per la prima volta al voto col suffragio universale inclusivo delle donne, splendidamente ricordate dalla Cortellesi nel suo bianco e nero di tre anni fa. Si votò per scegliere la forma-Stato, tra Monarchia e Repubblica e per eleggere 556 deputati chiamati a scrivere la nuova Costituzione.

Fu un momento di riscatto per l’Italia, che si trovò trascinata da un nuovo straordinario vigore a vivere il tempo della democrazia. Accadde qualcosa che l’osservatore contemporaneo forse non comprenderebbe: la nuova Italia con le sue istituzioni democratiche venne costruita pezzo pezzo dai partiti politici antifascisti, clandestini fino a poco prima e dalla classe dirigente che era stata perseguitata da Mussolini. Furono dunque i partiti, dopo aver salvato la dignità ad un intero popolo con la loro azione partigiana e la postura antifascista, ad avviare con i governi De Gasperi, la rinascita del Paese. Quel due giugno, però, non calò come un dono piovuto da chissà dove, ma fu l’esito di un importantissimo processo che trovò origine proprio nella nostra terra un paio d’anni prima con quel passaggio storico che gli studiosi definiscono come «transizione democratica». Il due giugno del ‘46, infatti, cominciò a Bari il 28 e 29 gennaio del 1944, nel teatro Piccinni, con il primo Congresso dell’Italia liberata dagli Alleati.