La rinascita di Commodore non è soltanto un’operazione nostalgica. È il sintomo di qualcosa di più profondo; quasi la riscoperta di una Tradizione. I promotori del progetto parlano apertamente di recuperare “il futuro che ci era stato promesso”: computer semplici, comprensibili, creativi, non connessi a Internet ventiquattr’ore al giorno. Un’idea che può sembrare bizzarra nel 2026, eppure capace di intercettare una sensibilità sempre più diffusa.
Per capire il fenomeno bisogna ricordare cosa rappresentavano i computer degli anni Ottanta. Un Commodore 64 o un Amiga 1000 non erano finestre aperte su un flusso infinito di contenuti. Erano strumenti. Li accendevi e ti trovavi davanti un cursore lampeggiante. Il messaggio era semplice: adesso crea tu qualcosa. Col “biscottone” si imparava a programmare, si smanettava, si rompeva e si aggiustava, si piratava con romanticismo... La tecnologia apparteneva all’utente. Oggi la situazione è capovolta.
Abbiamo dispositivi infinitamente più potenti, ma spesso non sappiamo come funzionino. Utilizziamo piattaforme progettate da altri, governate da algoritmi che non controlliamo e inserite in ecosistemi che raccolgono dati, orientano comportamenti e trasformano l’attenzione in una merce. Per questo la rinascita di Commodore è interessante anche sociologicamente. Non parla solo di informatica. Parla di autonomia umana. Esprime il desiderio di tornare a possedere gli strumenti invece di essere posseduti dagli strumenti. Di recuperare spazi di libertà individuale in un mondo sempre più mediato da grandi infrastrutture tecnologiche ostili.








