Per Riccardo Marchetto e Ilaria Valentini, marito e moglie e infermieri dell’Ulss 8 Berica in servizio al pronto soccorso e al 118, quella di qualche settimana fa era iniziata come una semplice vacanza. Si erano imbarcati con una compagnia low-cost da Bergamo, diretti a Marrakech, per trascorrere qualche giorno di ferie, quando, pochi minuti prima dell’atterraggio, arriva l’annuncio che nessuno vorrebbe mai sentire: c’è un’emergenza medica a bordo. Nessuno dei due ha esitato: non si smette di essere soccorritori solo perché non si è in ospedale.
«A circa 40 minuti dall’atterraggio a Marrakech abbiamo avvertito dell’agitazione e subito la hostess ha chiesto se ci fosse del personale medico a bordo – raccontano Riccardo e Ilaria -. Noi ci siamo subito avvicinati e abbiamo capito che l’emergenza riguardava un bambino di 13 mesi, che si presentava cianotico, ipotonico e in arresto respiratorio. Stando a quanto ci hanno riferito i familiari, malgrado la barriera linguistica, probabilmente la causa era un’ostruzione delle vie aeree dovuta a delle convulsioni febbrili».
«Dopo la disostruzione siamo subito intervenuti con le procedure di rianimazione, secondo le linee guida per i casi pediatrici, e abbiamo chiesto i presidi sanitari di bordo». E a quel punto è arrivata la brutta sorpresa. «Tutto il materiale era inadeguato. Nella borsa medica erano presenti tre palloni autoespandibili - adulto, pediatrico e neonatale - completi di reservoir, ma privi delle relative maschere facciali, rendendo di fatto impossibile il loro utilizzo. Abbiamo dovuto effettuare ventilazione bocca a bocca nel corridoio dell’aereo, con tutte le limitazioni e i rischi connessi. Anche il presidio fornito per la somministrazione dell’ossigeno era inadeguato: una delle due bombole era scarica e la maschera disponibile non ne consentiva l’uso nei pazienti pediatrici.










