Il guardaroba e il conto economico

Per anni, la sostenibilità nella moda è stata trattata come una faccenda di reputazione: capsule collection, materiali a minore impatto, campagne ben fotografate, promesse da mettere in vetrina; oggi, però, il tema si presenta con un abito meno scenografico e molto più impegnativo: quello del conto economico.

Perché la sostenibilità non riguarda più soltanto l’immagine di un brand; entra nei costi delle materie prime, nella volatilità degli approvvigionamenti, nelle future commissioni legate alla responsabilità estesa del produttore, nelle valutazioni degli investitori, nella capacità di reggere una filiera sempre più esposta a shock climatici, regolatori e geopolitici. In altre parole: non siamo più al “quanto siamo bravi a raccontarla”, ma al “quanto ci costa non governarla”.

È questo il punto più interessante del nuovo Fashion CFO Agenda 2026, realizzato da Boston Consulting Group insieme a Global Fashion Agenda. Il report fotografa un paradosso: mentre le implicazioni economiche della sostenibilità diventano più concrete, l’attenzione del management sembra ridursi. Le menzioni di temi ambientali e sociali nelle earning call dei principali brand fashion sono diminuite di circa un terzo dal 2022, sostituite da dazi, volatilità geopolitica e intelligenza artificiale.