La Nazionale dei ventenni, che non può dare punti di riferimento, ci regala una certezza e forse anche un piccolo codice per la salvezza dell’azzurro: tra tutti i problemi del calcio italiano, la pluricitata scomparsa della formazione in oratorio si può depennare perché almeno undici dei nomi in rosa hanno iniziato lì o nelle piazze dei loro paesi. Apprendistato classico. Gattuso, ct non più in carica, è stato l’ultimo a citare l’oratorio perduto come uno dei nodi della crisi, ma si è mosso sopra un’onda lunga, partita dalla prima, allora incredibile, esclusione mondiale. Lì si è scatenata una vena di nostalgia per un mondo antico, dipinto come ideale e in realtà non così diverso dallo scenario attuale: le traiettorie dei ragazzi che vedremo debuttare nelle prossime due amichevoli sono parenti strette di quelle della generazione dei Baggio e dei Maldini. Niccolò Pisilli ha iniziato a rincorrere il pallone dall’oratorio Don Bosco di Cinecittà come Francesco Totti a Porta Metronia, nel quartiere Appio-Latino. Sempre a Roma, «scuola di vita» per l’uno e per l’altro e i paragoni finiscono qui, squadra a parte, ma la matrice non è diversa. La società in cui è inserita sì e ci mancherebbe pure visto che tra i due passano quasi 30 anni. Eppure, il modo con cui un notevole numero di persone legate al calcio ha processato l’informazione oratorio meriterebbe uno studio. Opinionisti, allenatori, dirigenti orfani di una realtà che ancora caratterizza il nostro Paese. Anche prima, nella gran parte dei casi, gli oratori hanno solo visto passare i futuri campioni, poi spostati nei settori giovanili dei club. All’oratorio ci restavano quelli scarsi. Il senso di perdita è comunque diventato una stortura che va al di là del numero di partite da campetto parrocchiale o da sfida tra rioni, tutte pratica attiva nell’Italia dei comuni, anzi dei borghi, così amplifichiamo le competizioni da dilettanti che non hanno mai custodito il talento e hanno solo contribuito all’occasione per renderlo evidente.