Da anni il co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman usa il proprio avatar per interviste e apparizioni pubbliche. Ma il pericolo allucinazione è sempre dietro l'angolo
Che il mondo del lavoro cambierà con l'avvento dell'intelligenza artificiale è ormai un fatto accettato con più o meno rassegnazione, a seconda di come venga interpretato: assisteremo a una perdita complessiva dei posti di lavoro oppure cambieranno solo le competenze richieste per fare carriera? Una sola cosa è certa: quando si pensa a questa trasformazione epocale il pensiero indugia sul destino del "dipendente comune". E raramente si riflette su che fine faranno i leader delle aziende. Tuttavia, anche la professione del Chief executive officer (o amministratore che dir si voglia) sta già cambiando. E qualcuno sta già spingendo sul piede dell'acceleratore con un certo entusiasmo. Come? Usando avatar alimentati dall'AI per presenziare a noiose riunioni o per fare un discorso a un pubblico digitale.
Nelle ultime settimane aveva fatto rumore la notizia trapelata da Meta secondo la quale il ceo di Meta Mark Zuckerberg starebbe addestrando un avatar che gli assomigli in tutto e per tutto: nell'aspetto, nelle movenze, nella voce e, soprattutto, nelle idee e nelle opinioni. Un modo per sollevarlo, forse, dell'oneroso compito delle relazionarsi con i dipendenti. Non solo. Ad assisterlo ci sarebbe, da quello che si apprende, anche un secondo clone. Questa volta progettato non per le relazioni con l'esterno quanto piuttosto per assistere Zuck (quello vero, in carne e ossa) nel predendere alcune decisioni strategiche per l'azienda.Insomma, possiamo definirlo in modo elegante come "assistente cognitivo artificiale", ma la sostanza è sempre la stessa: i compiti fondamentali del ceo vengono appaltati a un avatar AI così da liberare il tempo per fare altro (cosa?).








