L’intelligenza artificiale non segnerà la fine del lavoro, ma la sua trasformazione. È da qui che parte la riflessione di Aneesh Raman, chief economic opportunity officer di LinkedIn e coautore del libro Open to Work, intervistato in occasione di The Big Interview. Un confronto che prova a spostare il dibattito dall’ansia per l’automazione alle opportunità offerte da una delle più grandi transizioni del mercato del lavoro contemporaneo.Il lavoro cambia, non scompareSecondo Raman, il rischio più grande in questa fase non è l’automazione in sé, ma il fatalismo che accompagna il dibattito pubblico. L’idea che il futuro sia già scritto, che siano le macchine o i grandi manager a decidere il destino dei lavoratori, è per lui uno degli errori più pericolosi. “Nulla di questo momento è predeterminato. Nulla di questo momento è inevitabile”, sottolinea. Anzi, ricorda che nei grandi passaggi storici sono sempre state le scelte umane — individuali e collettive — a orientare il cambiamento.Per questo invita lavoratori e aziende a riprendersi margini di azione, abbandonando la logica dell’attesa passiva. “Abbiamo più potere di quanto pensiamo”, dice, insistendo sul fatto che l’AI non debba essere subita, ma governata. E che la differenza, nei prossimi anni, la farà soprattutto la capacità di adattarsi, sperimentare e costruire nuove opportunità."Il lavoro sta cambiando, non sta finendo”, afferma Raman. Molte attività ripetitive, tecniche e analitiche saranno progressivamente automatizzate, ma questo non significa la scomparsa dell’occupazione. “La fine del vecchio lavoro non significa la fine del lavoro. Significa semplicemente che ora abbiamo bisogno di creare nuovo lavoro”, spiega Raman. È una trasformazione che riguarda tutti, anche chi non cambierà formalmente impiego: secondo LinkedIn, entro il 2030 il 70% delle competenze richieste nel lavoro medio sarà diverso rispetto a oggi. Un dato che racconta con chiarezza quanto il cambiamento sia già iniziato.Le competenze umane al centroNel libro, scritto insieme all'amministratore delegato di LinkedIn Ryan Roslansky, Raman individua cinque qualità destinate a diventare sempre più importanti, le 5C: curiosità, coraggio, creatività, compassione e comunicazione.L’errore, spiega, è considerarle “soft skill” secondarie rispetto alle competenze tecniche. Al contrario, saranno proprio queste capacità a distinguere gli esseri umani dalle macchine. “L’intelligenza artificiale** democratizza l’accesso alla conoscenza e alla creazione**”, osserva, ma ciò che continuerà a fare la differenza sarà il contributo umano, la capacità di immaginare, interpretare e costruire relazioni.Anche la creatività, spesso percepita come un talento innato, viene riletta come una competenza che può essere allenata. L’AI, in questo senso, può amplificare il potenziale creativo delle persone, purché non ci si limiti a produrre contenuti standardizzati.Gli “Einstein perduti” e l’opportunità dell’AIUno dei concetti chiave del libro è quello degli “Einstein perduti”: persone con talento e capacità innovative che, per ragioni economiche o sociali, non hanno mai avuto l’opportunità di esprimerle.Per Raman, l’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre queste barriere. Oggi molte attività che in passato richiedevano capitali, competenze specialistiche o grandi organizzazioni possono essere avviate con strumenti accessibili a chiunque. “Abbiamo più possibilità di quanto pensiamo”, sostiene. Tuttavia, avverte, il cambiamento individuale non basta: servono anche sistemi educativi, aziende e politiche pubbliche capaci di accompagnare questa trasformazione.Il primo passo è iniziareAlla domanda su quale sia il consiglio più importante per chi guarda con preoccupazione al futuro del lavoro, Raman risponde con semplicità: iniziare. Usare gli strumenti di AI nella vita quotidiana, sperimentare, imparare gradualmente.“Non si tratta di prendere un dottorato in AI entro domani per non perdere il lavoro”, dice. “Si tratta semplicemente di fare una cosa nuova ogni giorno”. Per lui è una questione di mentalità: sviluppare resilienza, adattabilità e fiducia nella propria capacità di evolvere insieme al cambiamento. Perché la vera sfida dell’intelligenza artificiale non riguarda la tecnologia, ma il modo in cui gli esseri umani sceglieranno di usarla.