Per una qualche ragione, sono sempre stato refrattario ai miti di fondazione. Un po’ perché a furia di andare indietro finisco sempre per perdermi, e un po’ perché non credo che le cose comincino dall’inizio. In fondo credo, al contrario, che sia gli inizi che le fini succedano da qualche parte in mezzo ai discorsi. Un amore finisce, o comincia, a un certo punto di una frase o di un gesto. E così tutto il resto: un rancore scompare, un’idea si fa strada, una guerra scoppia in mezzo alla pace. Riuscire a far sentire - o persino a raccontare, o visualizzare - quale sia il punto di quella frase, credo sia il mestiere della letteratura, o almeno di quella che mi interessa. Eppure, conosco esattamente il punto in cui tutto è cambiato nella mia vocazione. Sul fatto che fosse una vocazione non potevo aver dubbi: avevo 15 anni e scrivevo perché non potevo fare altrimenti. Perché la vita non era abbastanza o perché all’opposto era troppo per non aver bisogno di tracimare su un foglio. Ma insomma, non c’era opzione diversa da quella di impugnare una penna e tradurre in versi l’indicibile che provavo e mi premeva sul petto. Scrivevo sui quaderni, sul diario di scuola, sui tovaglioli dei bar. C’era bellezza in quelle poesie? Non credo, ma c’ero io, e tanto bastava. Perché c’era un po’ meno di me a pesare sopra il torace, dopo aver scritto. Poi entrai in un cinema di Torino, e tutto fu diverso per sempre. Avevo poco più vent’anni - era il 1994 - e arrivavo dalla provincia subalpina più marginale. Ogni mattina prima dell’alba prendevo un treno che in un’ora e mezza mi portava a Torino, quasi 100 km a nord. Come tutti a quell’età, volevo scappare di casa. Salivo sul treno con uno zainetto con dentro un paio di libri e vivande buone a sopravvivere fino alla sera, quando un altro treno, che andava nella direzione opposta, mi avrebbe lasciato in una piccola stazione di paese deserta, senza biglietteria ormai da qualche anno. Dentro quel piccolo cinema di Torino (il cinema teatro Fregoli) c’era un uomo, che seduto dietro un tavolo, sul palco, con un tono di voce felpato mise sottosopra ogni certezza che avevo. Si chiamava - e tutt’ora si chiama - Franco Marenco e ci diceva, a noi ragazzi di provincia all’Università di Torino, che quando il mondo andava in pezzi, l’unica opzione possibile era quella del romanzo. Che con i pezzi rotti ci si poteva fare un intero, che forse ci avrebbe tagliato le mani, fatto sanguinare, ma quel sangue sarebbe stato un impasto per la letteratura. Ce lo diceva così, con gentilezza - certi giorni con stanchezza, mai senza stupore -, offrendoci i nomi di Virginia Woolf, di Joseph Conrad, di W.H Auden, de I morti di Joyce. L’inizio del Novecento, ci diceva, era stato una carneficina: la Prima guerra mondiale, i milioni di morti, i dubbi sulla realtà con cui la fisica quantistica crepava le illusioni della realtà, la psicoanalisi. Non c’erano più posti all’asciutto, tutto era finito - in quel primo torno di secolo - travolto dal tornado dell’incertezza. E invece di soccombere a questo, la letteratura doveva provare a impastare l’incertezza e creare dei mondi che non prendevano la scorciatoia di una forma compatta. Al contrario, erano irrisolti ma potentissimi, pieni di crepe e monumentali. Avevo vent’anni, avevo paura di tutto, mi tremavano le mani ogni volta che le tiravo fuori dalle tasche. Tranne quando impugnavo una penna o battevo sulla tastiera del primo computer da tavolo. Leggere Al faro di Virginia Woolf, La linea d’ombra di Joseph Conrad mi diceva una cosa: non ero io il solo a tremare, era il mondo intero che era preso da scosse che crepavano la superficie terrestre. Non ero solo io a non saper cosa fare di me, era il mondo che aveva perso l’illusione di significare qualcosa. Ma di tutto questo si poteva provare un’emozione. Uscire il pomeriggio tardi dal cinema Fregoli, prendere a piedi la strada che mi avrebbe condotto a Porta Nuova, e poi trovarmi con pochi altri dentro un vagone semivuoto a leggere fu la linea d’ombra che io stesso varcavo. Ma anche un magnete, perché quel demone di fare con i frammenti il combustibile per una impossibile ricerca di senso, avrebbe attratto a sé tutto quello che avrei letto e scritto negli anni a venire. Ingeborg Bachmann, Flannery O’Connor e Agota Kristof erano sorelle di Virginia Woolf. Tutte costruivano una poesia sottile, musicalissima, intorno a un dolore che però conteneva una specie di rivincita nella forma, nell’arte. Peter Handke, Stig Dagerman, Rainer Maria Rilke: ciascuno di loro cercava di far sentire il tempo, che era una specie di operazione impossibile. Perché voleva dire far sentire come le cose a poco a poco muoiono tutte, e al tempo stesso come tutto permane, assoluto, nelle parole che gli scrittori e le scrittrici lasciano dietro di sé come le scie delle lumache. Che anche il tempo invecchia, come diceva Antonio Tabucchi, e di quell’invecchiamento bisogna provare ad avere un poco di cura. Dopo che il treno mi aveva lasciato in stazione, mi avviavo verso casa. Non c’era più nessuno per strada. C’ero solo io, straniero a me stesso, le mani che mi tremano dentro le tasche, e la mia ombra che o mi superava o provava a sfilarsi, dietro, passando di lampione in lampione. Continuavo ad avere paura di tutto, e a sentire il fallimento di quella fuga fallita nell’ennesimo ritorno da Torino in giornata. Ma c’era quel piccolo quaderno dentro lo zaino, e quei libri. Non riuscivo a non guardare stupito, persino divertito, quell’altro me che mi anticipava o che mi seguiva allungandosi sull’asfalto. Mi assomigliava, erano le opzioni di me che potevo essere scrivendo. Camminando mi ripetevo quel che avevo letto ne Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice: che scrivere non è importante, ma non si può fare altro. Poi infilavo la chiave nella toppa della serratura di casa, respiravo forte e aprivo la porta.
Quando il mondo va in pezzi ci può salvare soltanto un romanzo
I libri della formazione dello scrittore Premio Strega 2025










