Più che the last dance, the last chance. Non ce ne saranno altre. Non così palesi. Ora o mai più. Non si potrà riavvolgere il nastro dopo Parigi. Provare a vincere per scrollarsi di dosso la fastidiosa etichetta di ex predestinato oppure scegliere di essere ricordato come il più forte giocatore al mondo a non aver mai vinto uno slam. I confini in questo sport sono pericolosamente labili e alle volte basta un nastro avverso per decidere i destini di una vita intera.

Con Alcaraz infortunato e Sinner e Djokovic usciti prematuramente di scena, le spalle di Alexander Zverev devono essere diventate improvvisamente più pesanti. È lui il favorito d’obbligo di quello che è già diventato uno dei più folli tornei slam degli ultimi anni. Favorito perché lo dice la classifica, per l’esperienza accumulata, per la maturità raggiunta e perché quando non è offuscato dai suoi fantasmi il tedesco è capace di giocare un tennis formidabile. E forse anche perché se lo merita.

Figlio di emigranti russi trasferitisi in Germania nel 1991, Sacha è cresciuto con la consapevolezza che prima o poi sarebbe diventato numero uno del mondo ma nel tempo ha dimostrato, a più riprese, di non essere in grado di gestire queste aspettative. È l’unico ad aver battuto Federer sull’erba, Djokovic sul cemento e Nadal sulla terra, ma anche l’unico ad aver perso partite che solo lui poteva perdere. Su tutte la finale dello US Open 2020 contro l’austriaco Dominique Thiem. Da quel match è come se avesse iniziato a giocare due partite contemporaneamente, una contro l’avversario e una contro se stesso. Scegliendo spesso, quando la tensione cresce, di focalizzarsi sulla seconda.