di
Gaia Piccardi
A Parigi il tedesco sfida l'amico azzurro per sfatare il tabù dei grandi tornei. Senza Sinner e Alcaraz, per l'ex ragazzo della Next Gen è un'occasione imperdibile: ora o mai più
DALLA NOSTRA INVIATAPARIGI - Verso il tramonto dell’epopea dei Big Three, quando temeva che il tennis non riuscisse a sopravvivere a tre lustri di fuoco incrociato tra fenomeni (Federer, Nadal e Djokovic, arrivato fino ai giorni nostri), con un’operazione di re-branding l’Atp aveva ribattezzato la nuova ondata di talenti con un’etichetta che conteneva una speranza: Next Gen. Del pacchetto originale — che comprendeva Medvedev, Tsitsipas e, volendo, anche Berrettini, cioè i trentenni di oggi —, Alexander Zverev detto Sascha, tedesco di Amburgo le cui radici da parte di padre affondano nell’Urss, sembrava il dio Odino: bello, impossibile e dotato di una forza sovrumana. Nessuno aveva fatto i conti con l’avvento di due predestinati, però, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, che con la loro precocità hanno tolto il tempo e il sonno ai Next Gen, riducendoli a un marchio un po’ fané.
La premessa è necessaria per inquadrare Zverev finalista a 29 anni suonati a Parigi con Cobolli, il collega di cinque stagioni più giovane a cui lo unisce un’amicizia sincera. «È cominciato tutto alla Laver Cup di Berlino, nel 2024, quando il papà di Flavio si è avvicinato per chiedermi un’opinione sul figlio. I Cobolli sono brava gente, di buon cuore, mi piacciono. Però in campo i rapporti non esistono: l’unica cosa che mi interessa è dimostrare domenica il mio livello». Niente da perdere Flavio, tutto Sascha. Il Roland Garros è ben più della quarta finale Slam raggiunta dal tedesco: è un Sacro Graal. Adesso o mai più.














