Roma, 31 mag. (askanews) – La Cina sta cercando di scrivere una nuova pagina del diritto del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale: non frenare l’adozione dell’Ia, considerata decisiva per la modernizzazione industriale e la competizione tecnologica globale, ma impedire che diventi una scorciatoia per licenziare, tagliare salari e scaricare sui lavoratori i costi della trasformazione.

Il segnale politico è arrivato dall’alto. La scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del paese – gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese – di valutare quale impatto l’Ia avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti. Secondo persone a conoscenza del dossier, He sarebbe rimasto colpito dalla portata delle stime.

Da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’Ia. Alle aziende viene chiesto di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici.