I giganteschi e non sempre trasparenti progressi del Dragone nel campo dell’Intelligenza Artificiale hanno, paradossalmente, messo il partito dinnanzi alla necessità di salvare posti di lavoro, competenze e salari, onde evitare che il seme della rivolta sociale germogli
A qualcuno potrà suonare strano. La Cina, che con la religione cattolica e la Chiesa ha sempre avuto un rapporto a dir poco conflittuale, fa suo il messaggio di Leone XIV che impregna la prima enciclica del pontefice, pubblicata pochi giorni fa. Come a dire, Pechino sta cercando di scrivere una nuova pagina del diritto del lavoro nell’era dell’Intelligenza Artificiale: non frenare l’adozione dell’IA, considerata decisiva per la modernizzazione industriale e la competizione tecnologica globale, ma impedire che diventi una scorciatoia per licenziare, tagliare salari e scaricare sui lavoratori i costi della trasformazione. In tre parole, uomo al centro.
Il segnale politico è arrivato dall’alto. La scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.










