«L’uranio? Ma no, non c’è da aver paura». Dal giardino della sua villetta di Novazza, piccola frazione di 110 anime in alta Valle Seriana, il signor Giuseppe Zenoni guarda verso la cima della montagna e sorride. Lassù, sopra le tante seconde case di questo paradiso prealpino, c’è la miniera chiusa nel 1991, che ora la multinazionale canadese Zenith vorrebbe riaprire, sull’onda del rilancio del nucleare auspicato anche dal governo Meloni. «Ci ho lavorato per 20 anni, ora ne ho 78 e sono ancora qui, vivo e vegeto» garantisce. Rischi per la salute? Macché. «Ho iniziato macinando le rocce estratte, poi sono passato in laboratorio. Ci controllavano con un dosimetro per misurare le radiazioni assorbite, nessuno di noi superava i limiti. Tranne uno, e non si capiva perché. Poi si scoprì che abitava al piano terra e in casa aveva un’elevata concentrazione di radon (il gas che si sprigiona dal suolo in alcune zone, ndr )».L’idea di riprendere l’attività suscita ancora qualche ansia nella gente del posto, che all’epoca si oppose duramente al progetto di sfruttamento del giacimento da parte dell’Agip. Il referendum post Chernobyl del 1987 tagliò la testa al toro: addio al nucleare in Italia, lucchetti alla miniera di Novazza. «Il problema è nella lavorazione: che fine farebbero gli scarti? – si chiede Federica, barista della vicina Valgoglio, di cui Novazza è frazione – Già allora c’era forte timore per questo motivo. Se portassero via il materiale grezzo sarebbe meglio, ma temo costerebbe troppo». Zenoni conferma: «Impossibile lavorare le rocce altrove, se si pensa che da una tonnellata si estrae in media un chilo di uranio. Ma non ci sono rischi: basterebbe cuocere i residui per inertizzarli e poi seppellirli nei cunicoli dove si fanno le estrazioni. Tenendo conto che il giacimento si esaurirebbe in circa 7-8 anni». La Zenith ha chiesto al ministero dell’Ambiente di poter iniziare la fase esplorativa: una risposta arriverà entro 3-4 mesi. Ma dubbi sulla presenza massiccia del prezioso minerale non ce ne sono: circa mille tonnellate a Novazza, più di 6mila sull’altro versante, a Piateda, in Valtellina. Zenoni racconta che già negli anni ’80 si andò ben oltre la fase di studio. «Ho preparato la famosa polenta gialla – racconta sornione – Proprio così, la polvere di uranio. Mettevamo il materiale negli acidi e assistevamo a un fenomeno curioso: il minerale si separava dagli scarti, spostandosi dalla parte opposta…». La “yellow cake” descritta dal 78enne è la stessa che suscita appetiti e tensioni internazionali al tempo stesso. La guerra in Iraq, per dire, scoppiò proprio dopo la (finta) scoperta di una partita d’uranio ordinata da Saddam. Ma anche i più ampi scenari globali nascono dalle vicende locali. E Novazza potrebbe ritrovarsi l’ombelico del mondo in caso di via libera a nuovi scavi negli oltre 9 km di gallerie già esistenti. Il sindaco Angelo Bosatelli sa di aver davanti a sé mesi complicati. L’uranio spaventa, ma potrebbe anche rivelarsi una grande risorsa in grado di cambiare il destino di un comune ultraperiferico, che come tutte le aree interne lotta quotidianamente contro lo spopolamento e la carenza di servizi. «Oggi c’è maggior apertura verso l’estrazione di uranio rispetto al passato, tuttavia la preoccupazione rimane – riflette il sindaco – Stiamo seguendo attentamente l’iter delle nuove ricerche, vogliamo essere informati su ogni passo. Se ci saranno tutte le garanzie, il progetto potrà essere preso in considerazione. Perché potenzialmente potrebbe innescare un grande sviluppo del territorio. Ma prima di pronunciarci consulteremo i cittadini, saranno loro a scegliere il da farsi».Bosatelli sa bene che la decisione potrebbe passare sopra la sua testa. Ma sa anche di avere un asso nella manica. «Potrebbero ignorare il nostro parere, vero. Ma vorrei ricordare che gli ultimi 150 metri di strada sono di proprietà comunale, non vorrei vedermi costretto a chiuderla con un cancello…» dice il primo cittadino, con un sorriso che è tutto un programma. «La priorità resta la sicurezza, anche per quanto riguarda il trasporto: con quali mezzi, lungo quale percorso». Riguardo a questo punto, potrebbe tornare attuale la vecchia idea del traforo per unire Valgoglio alla Valtellina. «Ne gioverebbe la viabilità in generale. Ma c’è anche un’altra questione da risolvere, prima dell’eventuale riapertura: rimuovere tutti i materiali abbandonati dalle varie aziende che negli anni hanno lavorato nella miniera. L’area è sotto sequestro, ma a breve dovremmo raggiungere un’intesa per la bonifica». La zona è oltretutto inserita nel Parco delle Orobie, e quindi bisognerebbe fare i conti anche con i vincoli ambientali. «Ma apriremo un tavolo di confronto con la Provincia e il Comune di Piateda, con la consulenza del Politecnico di Torino. Una procedura necessaria per assicurarci che tutto vada per il meglio» assicura Bosatelli. Intanto, l’Arpa mantiene un costante monitoraggio sui dintorni della miniera, effettuando periodici rilievi della radioattività. Tutto, o quasi, è sotto controllo. «Il muro che sostiene il sagrato della chiesa di Novazza fa sussultare il contatore geiger – rivela il vicesindaco Amedeo Pirola – Circa 40 anni fa, quando lo costruirono, usarono anche un sasso estratto dalla miniera. Ha anche una colorazione diversa…» Vicino alla chiesa c’è una casa: Ivan vive lì da quando era bambino. «Da piccoli su quel muro ci arrampicavamo. Sì, l’hanno costruito con le rocce della miniera ed è radioattivo. Ma non penso sia pericoloso, ho 52 anni e sono in ottima salute». Poi scoppia a ridere. «Certo, magari ho perso tutti i capelli per l’uranio…». Una presenza con cui si convive: l’abitudine alla fine prevale sulle preoccupazioni.L'ingresso della minieraFuturo Energetico Italiano, l’emanazione italiana della Zenith, è ottimista. «Fin dall’inizio della richiesta per il permesso di ricerca – spiega l’azienda in una nota - abbiamo lavorato a stretto contatto con il Comune e con le autorità locali, per garantire un completo allineamento sugli obiettivi del progetto e per applicare concretamente la nostra filosofia “win-win”, fondata sul principio di crescere e avere successo insieme, a beneficio di tutte le parti coinvolte e della comunità locale. Il giacimento di Novazza rappresenta una storica mineralizzazione uranifera di grande rilevanza, dotata di un’estesa infrastruttura sotterranea già esistente, che offre l’opportunità di svolgere le attività esplorative in modo efficiente, limitando al minimo ulteriori impatti ambientali». La società è convinta che «un’esplorazione responsabile e un eventuale futuro sviluppo del progetto possano generare importanti opportunità economiche per il territorio, inclusa la creazione di posti di lavoro locali, il sostegno alle imprese, investimenti infrastrutturali e benefici più ampi per la comunità». Un disegno ambizioso, che sembra coincidere con la nuova politica energetica del governo Meloni e non solo. «Riteniamo che Novazza possa diventare un progetto strategico di rilevanza per l’Italia e per l’Europa nel settore delle materie prime critiche, e siamo determinati a sviluppare il progetto in modo responsabile». Musica per le orecchie di Bosatelli, che più di ogni altra cosa teme le guerre di religione. «L’importante è che se ne parli evitando dannosi allarmismi. Non vorrei che Novazza venisse invasa dagli ambientalisti... Il territorio ha già tanti problemi da risolvere». Ad esempio l’assenza di un medico di base. Servono fondi che per ora non ci sono, e che il sindaco sta tentando di racimolare: entro l’estate il servizio dovrebbe essere finanziato e garantito. La miniera per ora resta lassù, ai margini delle incombenze quotidiane. Così vicina, così lontana.