Ci sono luoghi in cui il tempo non passa davvero. Rimane sospeso fra edifici corrosi dal vento salmastro, porte metalliche deformate che paiono uscite da una serie Netflix distopica, sigarette schiacciate negli angoli, vecchi infissi che sembrano appartenere a un’altra epoca industriale, macchinari corrosi dalla ruggine esposti nei piazzali come monumenti privati a un’epoca che, almeno in Italia, dovrebbe sparire del tutto entro il 2038. Ma che altrove in Europa è più viva che mai. In Europa il carbone non è scomparso, anche se il suo peso è molto diminuito. Paesi come Germania e Polonia continuano a utilizzarlo in misura significativa per la produzione elettrica mentre Repubblica Ceca, Bulgaria e parte dell’Europa orientale mantengono ancora impianti operativi o di riserva. Al contrario nazioni come Belgio, Austria e Portogallo hanno già completato o quasi l’uscita dal carbone, segno di una transizione energetica che nel continente procede però a velocità molto diverse. Nuraxi Figus, nel sud-ovest della Sardegna, è uno di questi luoghi schiacciati dalla transizione energetica.

Il grande complesso carbonifero del Sulcis Iglesiente, concessione Monte Sinni della Carbosulcis, appare fermo in un presente ambiguo: non più miniera produttiva ma non ancora rovina definitiva. L’attività estrattiva si è fermata nel 2018 ma il sottosuolo continua a respirare. Una novantina di addetti presidia ancora le gallerie principali, monitora sensori, gestisce la sicurezza e chiude progressivamente i rami collaterali più instabili. Da dietro porte apparentemente abbandonate, in corridoi che sembrano usciti da una fotografia degli anni Ottanta fra adesivi sindacali e graffiti tracciati sui muri dai minatori a partire da sbaffi di carbone, compaiono ancora operai al termine di un turno sotterraneo.