Europa

Alfonso Pascale

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Il 7 febbraio 1986, i docenti dell’Università di Padova, Marco Mascia e Antonio Papisca, registrarono una conversazione telefonica con Altiero Spinelli. In quella occasione, il presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo espresse la sua profonda delusione per il muro di opposizione che il “suo” Progetto costituzionale di Trattato sull’Ue aveva trovato da parte degli Stati membri. Erano trascorsi due anni da quando il Progetto era stato approvato quasi all’unanimità dall’Europarlamento.

Il colloquio si svolse pochi giorni prima della firma dell’Atto Unico europeo, con cui i capi di Stato e di governo stavano modificando i Trattati di Roma. Spinelli così reagì alle domande dei professori padovani: «L’Atto Unico europeo è una grossa sconfitta del Parlamento europeo e dell’iniziativa che avevamo preso. La spiegazione della sconfitta può essere così riassunta. L’esigenza che bisognava andare oltre la Comunità era sentita da tutti e con urgenza, fuori e dentro il Parlamento europeo, negli ambienti politici e in quelli economici dei vari Paesi […]. Noi abbiamo fatto questa esperienza: il Parlamento europeo composto da gente comune, eletto dai cittadini, con l’intento di rappresentare i cittadini e di incarnare la coscienza politica media che c’è in Europa, ha mostrato di essere capace di elaborare un progetto che aveva un contenuto preciso, che creava un potere vero, competenze vere, garanzie e per gli Stati e per il potere comunitario, e apriva la strada ad una cooperazione e ad una integrazione molto più avanzata. Quando si dice: gli europei non sono capaci di pensare in quest’ottica, si dice una cosa falsa. Gli europei hanno invece dimostrato di essere capaci di farlo. Però, i capi di governo, invece di accettare quello che gli avevamo detto, cioè “prendete il progetto del Parlamento, eventualmente ridiscutetelo con noi, impegnatevi a portarlo alla ratifica degli Stati e a farlo entrare in vigore quando è raggiunto un certo numero minimo di ratifiche”, hanno ritenuto che bisognasse fare un trattato internazionale. E così hanno risposto – direi per pigrizia mentale, per pigrizia politica e, naturalmente, anche dietro la pressione di forze che non volevano che si facesse così – “va bene, noi allora facciamo prima una conferenza intergovernativa”. Quindi hanno messo in piedi tutta la procedura dell’art. 236 del Trattato CEE, che è la procedura prevista per la stipula di un trattato intergovernativo. Orbene, la Conferenza intergovernativa è una conferenza in cui i ministri danno alcune direttive, mentre il laborioso compito di preparare i testi, i progetti, ecc. è affidato alle macchine del decision-making dei singoli Stati, delle singole diplomazie. Ora, se si fa sul serio la costruzione europea, qualcuno naturalmente ci rimette, anche se i più ci guadagnano. Non ci rimette sicuramente il mondo economico, ma neppure quello politico – i politici, quello che perdono a livello nazionale lo recuperano a livello europeo. Chi ci perde di sicuro sono le amministrazioni nazionali, quelle che hanno il grosso controllo sulla politica internazionale, che sono organi potentissimi e che hanno una influenza che va al di là delle loro competenze formali: la loro concezione è che se si deve fare l’Europa, allora, qualche passo avanti bisogna farlo nel settore della cooperazione intergovernativa».