La crisi iraniana non riguarda più soltanto il nucleare. Dopo la scomparsa di Khamenei, il vero nodo strategico è capire chi comandi davvero a Teheran: il governo formale, la Guida suprema o l’apparato militare-ideologico dei Pasdaran. Il commento di Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, docente dell’Università G. d’Annunzio

La domanda che attraversa oggi Washington, Gerusalemme e le principali cancellerie occidentali non è più soltanto se l’Iran sia in grado di dotarsi dell’arma nucleare, o se il negoziato possa reggere, o se un nuovo conflitto regionale sia destinato a riaccendersi. La domanda più profonda, e politicamente più scomoda, è un’altra: con chi sta realmente trattando l’Occidente quando dice di trattare con l’Iran?

È una questione decisiva, poiché da essa dipende l’intera architettura della strategia americana ed europea verso Teheran. Per decenni si è continuato a immaginare la Repubblica islamica come uno Stato autoritario ma ancora riconducibile a una catena di comando relativamente leggibile: una Guida suprema al vertice, un presidente, un ministero degli Esteri, un Parlamento, un sistema giudiziario, apparati di sicurezza e Forze armate. Una struttura complessa, certo, ma pur sempre interpretabile secondo le categorie classiche della diplomazia e dell’intelligence.