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I nodi per la svolta. Opposizioni e gruppi etnici, la carta Pahlavi
L'intelligence statunitense la chiama «equazione iraniana». E come ogni equazione ha le sue incognite. In questo caso almeno tre. La prima riguarda la capacità dell'opposizione di marciare sotto una guida unificata. La seconda la possibilità che almeno uno degli apparati di sicurezza iraniani si allinei con i dimostranti. La terza prende in considerazione le strutture da colpire in caso d'intervento. Ovvero se puntare alla testa del serpente eliminando Alì Khamenei e i suoi possibili successori o se colpire selettivamente le forze di sicurezza coinvolte nella repressione. Magari con l'intervento di droni a lungo raggio. Ben sapendo che la mancata risoluzione di una delle tre incognite rischia di mandare all'aria qualsiasi piano di ribaltamento del regime. E condannare a morte migliaia di oppositori.
Il perché è chiaro. Per sopravvivere alla repressione un'opposizione debole, disgregata e disarmata necessita non solo di un leader comune, ma anche d'essere affiancata da una o più unità delle forze di sicurezza pronte ad appoggiarla. E a garantirle l'accesso agli arsenali governativi. Ma senza un blitz mirato capace d'eliminare i capi del regime o le strutture militarmente più forti e più fedeli - come Pasdaran, Basiji e ministero dell'Intelligence - anche le forze di sicurezza passate dalla parte dei dimostranti rischierebbero di venir spazzate via.






