Non solo opere e risorse. Fra i lasciti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che in questo 2026 si avvia all’epilogo, c’è anche qualcosa che non si «tocca». Ma si sente e pesa sullo srotolarsi della vita pubblica. Si può sintetizzare così: la svolta amministrativa del Sud.

Lo certifica il report della Svimez dedicato proprio alla «legacy amministrativa» del Pnrr. Tecnicamente, la sua eredità, questa la traduzione di legacy, sul versante della velocizzazione della pubblica amministrazione. Lo dicono i numeri con uno slogan che suona più o meno così: la spesa in ritardo, l’efficienza in anticipo. Confrontando oltre 60mila progetti di epoca pre-Pnrr con i settemila del Piano già conclusi, infatti, la Svimez ha misurato una riduzione media nazionale da 26 a 18 mesi. Uno scarto di otto. Il focus si concentra sulle fasi di affidamento e pre-affidamento, quella palude mortifera che prevede la progettazione, la definizione del bando e dei criteri, e infine l’affidamento. Il punto storicamente debole della farraginosa macchina italiana. Ma le sorprese non si fermano qui perché, dati alla mano, è il Mezzogiorno a correre più di tutti con una riduzione dei tempi amministrativi del 55,1% contro il 40,5% del Centro e il 32,2% del Nord. Perché accade questo? «La riduzione più marcata al Sud - si legge nel report - suggerisce che la combinazione di riforme normative e innovazioni organizzative introdotte con il Pnrr abbia agito proprio sui fattori di debolezza che storicamente alimentavano il divario territoriale nei tempi amministrativi». La premessa è nelle riforme partite dal 2019 come lo Sblocca Cantieri e il decreto Semplificazioni. Poi, il Piano ha fatto il resto. In particolare, il controllo europeo (la «disciplina esterna») e la possibilità, per i soggetti attuatori, di avvalersi di supporto tecnico-operativo, hanno alzato notevolmente l’efficienza rispetto al passato.