VENEZIA - Entra nel vivo l'azione di responsabilità nei confronti degli ex vertici della Banca Popolare di Vicenza: è scaduto ieri il termine per il deposito della perizia, disposta dal Tribunale delle Imprese di Venezia. Coincidenza ha voluto che in contemporanea sia anche stata pubblicata la sentenza con cui la Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ex direttore generale Samuele Sorato, contro l'istituto di credito in Liquidazione coatta amministrativa, sulla cessione dei beni alla moglie per metterli al riparo da eventuali confische. Un verdetto che, al di là del via libera alla revocatoria della compravendita, svela qualche retroscena dello strappo fra Bpvi e il manager, a cominciare dalla buonuscita da 3,6 milioni.
L’ATTO Avviato nel 2017, attualmente il giudizio di responsabilità è in fase istruttoria, come rilevato nell’ultima informativa sullo stato della procedura dai commissari liquidatori Giustino Di Cecco, Claudio Ferrario e Francesco Schiavone Panni. Bpvi in Lca reclama un credito risarcitorio nei confronti di Sorato, a cui sono «contestati numerosi atti di mala gestio». In questo ambito, emerge ora che la struttura ha citato in sede civile l’ex dg e la moglie, chiedendo di accertare l’inefficacia dell’atto di compravendita del 28 luglio 2015, riguardante la mezza proprietà di un garage a Jesolo e di due case a Noale.Il manager ha resistito alla domanda, sostenendo che gli immobili «erano stati venduti ad un prezzo congruo» e ricordando di aver firmato con l’allora gruppo bancario «un verbale di conciliazione», che ammetteva contenziosi solo per fatti di cui la controparte «fosse venuta a conoscenza in epoca successiva, purché caratterizzati da dolo o colpa grave». Sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno accolto la domanda revocatoria, sicché è scattato il ricorso in Cassazione. LE CENSURE Tre le doglianze di Sorato. In primo luogo è stato lamentato che i giudici di Venezia avrebbero «trascurato di valutare “criticamente” le ipotesi conclusive contenute nelle relazioni ispettive della Banca d’Italia». La censura è stata però dichiarata «infondata» dalla Suprema Corte, secondo cui è vero che l’azione di responsabilità è ancora pendente, ma è altrettanto certo che l’ex direttore generale, «insieme ad altri amministratori, era stato destinatario di provvedimenti sanzionatori da parte di Banca d’Italia e della Consob».La seconda argomentazione attiene alla risoluzione consensuale del rapporto professionale, a partire dal 15 maggio 2015, per effetto del verbale sottoscritto davanti alla Commissione paritetica di conciliazione delle controversie individuali di lavoro. Quell’intesa ha previsto non solo la liquidazione della «somma lorda di euro 3.600.000,00 a titolo di incentivo all’esodo», ma anche «una reciproca rinuncia ad ogni pretesa, anche di carattere risarcitorio, comunque connessa al rapporto di lavoro», ad eccezione di eventuali danni derivanti dal comportamento «doloso o per colpa grave» del dirigente, di cui Bpvi fosse venuta a conoscenza successivamente. La difesa di Sorato ha sottolineato che «la Banca aveva avuto effettiva conoscenza dei contegni allo stesso contestati ancor prima della sottoscrizione del verbale di conciliazione, come emergeva da alcune ammissioni provenienti dall’allora Presidente della Banca, Giovanni Zonin». Invece la Cassazione ha osservato che le verifiche ispettive, le sanzioni di Bankitalia e Consob e la conclusione delle indagini preliminari sono avvenute dopo la firma dell’accordo.In terza istanza Sorato ha affermato che il patrimonio immobiliare sarebbe comunque ininfluente, avendo chiamato «in causa le compagnie di assicurazione, chiedendo di essere manlevato da qualsiasi responsabilità». Ma gli “ermellini” hanno sentenziato che non risulta «comprovata la copertura assicurativa a fronte degli specifici atti di mala gestio contestati». La conclusione definitiva è che il 65enne ha ceduto gli immobili alla moglie «immediatamente dopo essersi dimesso dalla carica di Direttore generale, nella consapevolezza di pregiudicare le ragioni creditorie».









