Quella che appariva una vertenza ormai compromessa dopo un primo grado sfavorevole si è trasformata in un successo di portata storica a tutela del risparmio privato. La Corte d’Appello di Palermo ha infatti condannato Intesa Sanpaolo S.p.A. a risarcire integralmente un investitore del capoluogo siciliano che aveva visto azzerarsi il proprio capitale nel crac della Banca Popolare di Vicenza (BPVI).

La vicenda prende le mosse dal luglio 2014, quando il cliente, identificato con le iniziali A.M., si rivolse a Banca Nuova (poi incorporata in Intesa Sanpaolo) per l’apertura di un conto corrente con servizi di investimento. In quell’occasione gli furono collocate 100 azioni BPVI per un controvalore di 6.250 euro, un impiego finanziario destinato in breve a perdere totalmente valore.

Sconfitta in primo grado, la difesa dell’investitore, affidata all’avvocata Ylenia De Francisci, ha proseguito con un atto d’appello di estrema precisione tecnica, demolendo punto per punto le tesi dell’istituto di credito. Il fulcro dell’impostazione è stato chiaro: «La normativa a tutela degli investitori non è un insieme di adempimenti burocratici».

In aula sono emerse gravi omissioni dell’intermediaria, tra cui un’errata compilazione del questionario MiFID, la mancata illustrazione dei rischi specifici del titolo e l’assenza della valutazione di adeguatezza rispetto al profilo del cliente. Tali argomentazioni sono state interamente condivise dal collegio giudicante, presieduto dalla dottoressa Virginia Marletta, con la consigliera Giulia Maisano e il consigliere relatore Giuseppe De Gregorio.