Pochi giorni fa Yinon Magal, giornalista ed ex politico israeliano, ha postato su X un video accompagnato dalla scritta: «Ciao bambini. Per favore, aiutate i nostri coraggiosi soldati a trovare Beit Hanoun». Le immagini mostrano il deserto in cui i militari hanno trasformato la città palestinese di Gaza: un cumulo di macerie appiattite dai bulldozer, fino a schiacciare tutto ciò che l’uomo ha costruito in decine di anni. Insieme alle case, alle scuole, ai campi coltivati, alle infrastrutture elettriche e idriche, si consumano tra la terra, avviluppati, i resti di centinaia di corpi. Le salme palestinesi che giacciono senza una tomba vengono derise dai filmati d’orgoglio, girati e condivisi dai blindati che attraversano lo scenario mortifero, rivendicato con la bandiera israeliana fieramente issata.
A GAZA I MILITARI di Tel Aviv si compiacciono della morte. Lo hanno raccontato all’Associated Press, a condizione di anonimato, alcuni riservisti inviati nella Striscia dopo l’accordo dello scorso ottobre. «Chiamarlo cessate il fuoco è una presa in giro», ha dichiarato ai giornalisti un soldato ventenne, «è una giungla». Alcuni comandanti hanno accettato formalmente l’ordine di cessate il fuoco ma privatamente esprimono il desiderio che la guerra continui. Sparare a chiunque si avvicini alla cosiddetta «linea gialla» è così diventato un obiettivo gustoso. Anche se si tratta di bambini che giocano, persino quando la distanza impedisce di scorgere chi si trovi dentro un’automobile, dopo aver ammazzato, i militari si congratulano l’un l’altro, esultando con urla di gioia.






