C’è un gesto che si perderebbe facilmente nell’inondazione di foto e video che documentano l’inizio di una giornata storica. Mentre i tank si muovono e creano un nuvolone di polvere, e per una volta non di fumo, c’è un soldato israeliano che esce da Gaza city tentando un piccolo atto di riconciliazione. Sembra poco eppure non lo è, quel saluto militare rivolto ai civili che assistono tra le macerie al ritiro dei cingolati. È un’operazione complessa ma rapida. Chiusa, come da programma, entro mezzogiorno. Ordine rispettato e atteso anche dalle truppe di Tel Aviv, che si fanno filmare mentre ballano per la gioia di una battaglia finita. Nessuno qui voleva commettere errori e nessuno voleva rimanere più del dovuto. Dopo il via libera del governo, i comandi dell’Idf hanno subito impartito alle truppe l’ordine di muoversi verso il confine, verso quella linea gialla disegnata nella mappa accettata da Hamas e dal governo di Benjamin Netanyahu.
I civili gioiscono e migliaia di soldati tirano un lungo sospiro di sollievo. Per molti di loro, la guerra si era trasformata in un’esperienza logorante. L’invasione di Gaza rischiava di diventare in una trappola. E la conta dei caduti è continuata fino all’inizio del cessate il fuoco. Si chiamava Michael Mordechai Nachmani, aveva 26 anni e indossava i gradi di sergente e ieri mattina, proprio durante questa complicata operazione di smantellamento delle basi, è finito nel mirino di un cecchino di Hamas. L’ultima escalation per fortuna non c’è stata. I riservisti, soprattutto loro, sono stanchi. Molti di loro vogliono solo tornare a vivere con le proprie famiglie, vogliono riprendere a lavorare. Per gli abitanti della Striscia è la prima alba di luce. E in centinaia di migliaia si sono messi in marcia: almeno 200 mila, senza perdere un giorno, hanno ripreso il cammino verso nord. Eccola la marea umana sui sentieri che sfiorano il mare. «Sono partito con un calesse - esulta Saed - E ora torno a Gaza sul mio carretto. Speriamo solo di riprendere la nostra vita». Qualcuno sa già che non ritroverà più nulla. «Non vediamo l’ora di tornare a casa. È stato un incubo, speriamo che tutto sia finito, di non sentire più quei droni», confessa Dana da mesi fuggita da Jabaliya. Altri sperano di vedere la loro casa ancora in piedi. C’è chi torna solo per riabbracciare i propri cari. Ma in tanti si dirigono a nord semplicemente per sfuggire alla vita nei campi profughi, lì dove hanno speso migliaia di dollari per piazzare la propria tenda tra milioni di sfollati. Un esodo, questa volta da sud, con la speranza che la guerra sia davvero finita. «Abbiamo resistito - dice Ahmed - Abbiamo sofferto. E ora vediamo andarli via, i carri armati. Questo è un momento stupendo, ma non posso pensare ai miei morti che devo ancora seppellire».













