«Israele non limita l’ingresso di aiuti umanitari a Gaza», «Israele facilita l’ingresso dei camion», «I mercati della Striscia sono pieni di cibo e gli ospedali pieni di farmaci», «Zero aiuti porta la Flotilla, 600 i camion che garantiamo noi». Sono solo alcune delle frasi che ripete quotidianamente e indistintamente – sia durante la carestia che dopo il cessate il fuoco – il Cogat israeliano. È il meccanismo del ministero della Difesa di Tel Aviv che controlla la gestione civile dell’occupazione a Gaza e in Cisgiordania. Lo stesso che decide cosa entra e cosa esce, quali sono i prodotti vietati, che consegna e ritira i permessi di evacuazione per i malati, che permette o impedisce gli spostamenti del personale umanitario internazionale, delle ambulanze, della protezione civile. A guardare le pagine social dell’organismo di coordinamento, sembra che ogni camion delle Nazioni unite in entrata sia un suo successo, come se gli aiuti arrivassero grazie a Israele e non nonostante le restrizioni imposte da Israele stesso.

Ma la quotidianità testimoniata dai palestinesi, dai giornalisti della Striscia e da decine di organizzazioni internazionali, racconta una situazione ai limiti della sopravvivenza. L’ultimo rapporto pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) parla di una situazione «terribile», in cui le operazioni di sostegno alla popolazione «continuano ad essere compromesse dalle restrizioni all’importazione» e vincolate alle «restrizioni di movimento» imposte da Israele. «Qui continuano a mancare cibo, acqua e farmaci – ha dichiarato al manifesto Irdi Memaj, medico di Emergency a Gaza – Succede perché gli aiuti umanitari entrano con il contagocce. Sono più i camion commerciali, ma larga parte della popolazione non ha abbastanza soldi».