«El ventieme an de mon aage / el point qu’Amors prent le paage / des jones genz , couchier m’aloie / une nuit, si con je souloie, / et me dormoie mout forment, / et vi un songe en mon dormant / que mout fu biaus et mout me plot». (Nel ventesimo anno della mia vita / quando Amore riscuote il suo pedaggio / dai giovani, ero andato a dormire / una sera, come ero solito fare, / e dormivo molto profondamente / e feci un sogno mentre dormivo / che era molto bello e molto mi piacque).
Nel sogno il giovane incontra sulla sua strada un grande giardino chiuso da alto muro, una graziosa fanciulla lo fa entrare nel giardino, mirabilmente ameno, dove assiste alla danza di un gruppo di bellissime donne e dei loro corteggiatori. Scorge poi in una fontana un meraviglioso bocciolo di rosa, di cui si innamora: tutto il suo pensiero sarà, seguendo i comandamenti che gli impartisce il dio d’Amore, di riuscire a conquistarlo. Questa l’esile e leggiadra trama della prima parte del Roman de la rose, quella di Guillaume de Lorris (1225-1230), che si interrompe al v. 4028: quarant’anni dopo interverrà Jean de Meun con una immensa continuazione di diciottomila versi, intessuta di miti, di racconti, di idee, ricca di umori satirici e di tonalità burlesche.









