Pavia. Stefano Denicolai, professore di “Innovation Management” all'Università di Pavia, è tra i curatori del report “Oltre la linea rossa? Governo e diffusione dell’intelligenza artificiale”, in cui si studia l’uso dell’AI nelle aziende. Professore, partiamo dalla domanda più semplice: qual è la vera innovazione portata dall’intelligenza artificiale? «Prima di rispondere bisogna fare una distinzione importante: oggi usiamo il termine “intelligenza artificiale” per indicare cose molto diverse tra loro. C’è l’AI tradizionale, quella generativa e poi quella che, a mio avviso, rappresenta la vera rivoluzione: l’intelligenza artificiale agentica. La grande novità è che questi sistemi non assomigliano più a semplici strumenti digitali, come un foglio Excel o una calcolatrice. Gli agenti AI iniziano invece a comportarsi come veri e propri colleghi digitali. Non eseguono soltanto ordini: ragionano sui compiti, propongono soluzioni, interagiscono con noi e collaborano nello svolgimento del lavoro. Attenzione però: non bisogna umanizzarli troppo. Non hanno coscienza né pensiero autonomo. Ma il cambiamento è enorme, perché per la prima volta ci troviamo davanti a qualcosa che non è soltanto uno strumento, bensì un sistema che lavora accanto alle persone in modo molto simile a un collega». Può farci un esempio? «Immaginiamo un’azienda che gestisce i propri social network. Oggi un agente AI può analizzare i materiali disponibili, preparare un piano editoriale, suggerire i contenuti, organizzare i post e persino monitorarne le performance. Ma il punto interessante è un altro: l’agente non si limita a eseguire. Interagisce. Ti dice, per esempio: “Ho notato che hai modificato questo contenuto, secondo me la versione precedente funzionava meglio”, oppure: “I post pubblicati negli ultimi giorni hanno avuto performance inferiori alle attese, ti suggerisco di cambiare strategia”. Questo non assomiglia più a un software tradizionale. Assomiglia a un collega con cui si lavora insieme. E non è fantascienza: sta già succedendo, anche in aziende italiane non particolarmente grandi». Nel report si parla di “linea rossa” da non superare. Cosa significa? «L’intelligenza artificiale è una rivoluzione tecnologica enorme, probabilmente paragonabile all’arrivo di Internet, forse persino più grande. E proprio per questo dobbiamo chiederci se esista una linea rossa oltre la quale non sia opportuno andare. Da un lato c’è chi sostiene che il progresso non debba essere frenato. Dall’altro, però, stiamo parlando di tecnologie che avanzano a una velocità impressionante e che inevitabilmente pongono interrogativi. Molti pensano che il rischio principale riguardi la perdita dei posti di lavoro. In parte è vero, ma credo che il problema più grande sia un altro: la dipendenza cognitiva dalla tecnologia». Cosa intende? «Ogni nuova tecnologia porta con sé un po’ di comodità e un po’ di pigrizia mentale. È successo con la calcolatrice e con il navigatore satellitare. Oggi nessuno fa più i conti a mente e molti non ricordano più nemmeno le strade perché tanto c’è il Gps. Con l’intelligenza artificiale, però, questo fenomeno rischia di amplificarsi enormemente. Le persone iniziano a fidarsi troppo dei sistemi AI, smettono di verificare, smettono di ragionare in profondità. Il rischio è quello di una progressiva “passivizzazione cognitiva”: il cervello si spegne. Lo vedo anche all’università. Negli ultimi anni gli studenti producono presentazioni bellissime, molto più curate rispetto al passato. Ma spesso non hanno davvero compreso ciò che presentano, perché si affidano completamente agli strumenti generativi. E la stessa cosa accade nelle aziende: lavori apparentemente perfetti che però, alla prima domanda complessa, mostrano tutti i loro limiti.» A questo punto come dovrebbe comportarsi un’azienda? «Le regole possono aiutare, ma non bastano. Il vero tema è culturale. Serve formazione, mentoring, confronto. Le persone devono capire che l’AI non va subita né delegata completamente, ma utilizzata in modo intelligente. Il rischio nasce quando si cerca semplicemente di sostituire il lavoratore con l’intelligenza artificiale. Il vantaggio, invece, arriva quando uomo e AI collaborano. Se io faccio scrivere interamente una presentazione all’AI senza nemmeno leggerla, il risultato sarà mediocre. Se invece lavoro insieme al sistema, discutendo le proposte, scegliendo cosa accettare e cosa no, allora ottengo un vero “superpotere”. L’AI deve diventare un supporto, non un sostituto». In Italia c’è ancora molta resistenza verso queste tecnologie? «Sì, ed è un problema molto diffuso. Ma spesso deriva dalla mancanza di cultura digitale. Esiste un fenomeno psicologico chiamato “effetto Dunning-Kruger”: quando non conosciamo bene qualcosa, facciamo fatica a renderci conto della nostra ignoranza in materia. Molte persone non comprendono il valore dell’intelligenza artificiale semplicemente perché non hanno ancora gli strumenti per capirla. A questo si aggiunge un altro elemento tipicamente italiano: abbiamo una cultura che tollera poco il fallimento. Sbagliare viene percepito come una colpa. In altri Paesi, soprattutto quelli anglosassoni, provare e fallire è considerato parte del processo di apprendimento. In Italia, invece, spesso prevale l’atteggiamento del “si è sempre fatto così”. Questo frena molto l’innovazione». C’è il rischio che l’AI aumenti le disuguaglianze sociali ed economiche? «Sì, il rischio esiste. Ci saranno aziende che cresceranno moltissimo e altre che faranno fatica ad adattarsi. Ma non credo che la vera differenza sarà tra chi ha soldi e chi non li ha. La differenza principale sarà tra chi capirà il valore di questa rivoluzione e chi invece continuerà a ignorarla. Chi lo comprenderà riuscirà a sfruttarlo anche senza enormi investimenti. Al contrario, ci saranno aziende ricche che resteranno indietro perché legate ai vecchi modelli. La vera discriminante sarà culturale e cognitiva, non economica».