"Siamo nel mezzo di una trasformazione tecnologica epocale". Fabio Pammolli, presidente dell’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale (AI4I), con sede a Torino, e docente di Economia e Finanza al Politecnico di Milano, interviene in un'intervista alla Stampa dopo giorni che hanno riportato in primo piano il tema dell'AI: prima con l'enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, che dedica ampio spazio al tema della nuova tecnologia e del suo impatto sull'umano; poi con le considerazioni finali del governatore di Banca d'Italia, Fabio Panetta, che ha posto l'accento sulla necessità per l'Italia di agganciare il treno dell'AI per fare quel salto tecnologico che può tenere la produttività italiana al passo con il resto del mondo. Secondo Pammolli "non bisogna solo usare l’Ai, ma bisogna capire quanto le imprese sono capaci di introdurla nei processi produttivi. Le aziende si trovano di fronte a una sfida, ma anche a un’opportunità: se riescono a integrare l’AI, possono scalare le proprie attività e valorizzare i dati su cui hanno costruito il proprio vantaggio competitivo".

Bisogna però lavorare su due fronti, spiega Pammolli. "Di fronte al bisogno di più capitale umano qualificato e maggior capacità di investimento, i binari sono due: formazione e investimenti. Nel primo caso, bisogna intervenire sui programmi scolastici e universitari e, da qui, attrarre più talenti, ricercatori e tecnici specializzati, anche dall’estero. A ciò si aggiunge la necessità di flessibilità nei percorsi universitari: le competenze computazionali e l’utilizzo avanzato dei dati devono entrare non solo nelle facoltà di ingegneria, ma anche in discipline come chimica, geologia, biologia, medicina e scienza dei materiali. I laureati in ingegneria sono troppo pochi rispetto alla domanda dei settori che implementano l’AI. Nel 2024 si contano 38 mila laureati triennali in area ingegneristica e 31 mila magistrali. Non bastano. Serve innervare università, scuole superiori e Its con competenze Stem. Vista da questa prospettiva, l’AI può essere un motore d’innovazione, crescita e nuove libertà nel lavoro. E poi c’è il tema della formazione continua di chi è già sul mercato del lavoro". Per quanto riguarda gli investimenti, "il riferimento è il rapporto Draghi, ovvero l’uso congiunto delle risorse europee e nazionali. La componente pubblica deve intervenire in quelle aree dove il mercato non arriva e, al contempo, gli investimenti privati devono essere incentivati".