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Maddalena Berbenni

Le motivazioni della sentenza sul delitto di Terno d'Isola. Sangare premeditò, voleva uccidere e cercò una «preda». L'atteggiamento «canzonatorio» e l'assenza di pentimento. La difesa: «Dna e pugnalate, faremo appello»

«Avevo in testa sempre quella cosa lì». È nel capitolo in cui si soffermano sulla premeditazione, l’aggravante da ergastolo che forse avrebbe potuto vacillare di fronte alla particolarità di un omicidio dettato da un’onda emotiva, con una vittima che poteva essere chiunque, scelta per strada, random, che i giudici della Corte d’assise esprimono su Moussa Sangare una delle considerazioni più severe. In «quella cosa lì», che la notte del 30 luglio 2024 disse si ficcò nella sua testa, c’era l’idea di uccidere e lui, il trapper fallito di Suisio, 31 anni, la portò a compimento con la lucidità e la freddezza «di un sicario professionista».

Le prove «granitiche» e l'assenza di pentimentoA tre mesi dalla sentenza di primo grado, che è stata una condanna al carcere a vita e non l’assoluzione invocata, la Corte deposita le sue motivazioni. Centoventi pagine che definiscono «granitiche», «ponderose», «univoche» e «coerenti» le prove raccolte dai carabinieri del Nucleo investigativo con il pm Emanuele Marchisio. Centoventi pagine senza uno spiraglio di clemenza per Sangare. Ma d’altra parte il suo modo «quasi canzonatorio» di propinare a processo una «versione difensiva palesemente inattendibile», scrive il giudice a latere Alberto Longobardi, dimostra la «radicale carenza» di pentimento. Il suo è visto come un atteggiamento «mistificatorio e ingannatore, spudoratamente assunto fin dalla prima udienza e anche alla presenza dei famigliari e del convivente» di Sharon Verzeni, che accoltellò a Terno d’Isola quando, a 33 anni, stava progettando di sposarsi.