Dopo oltre un anno dal Liberation day – quando il Presidente Trump annunciò i dazi nei confronti del resto del mondo – la maggior parte dei politici, imprenditori e commentatori europei non sembra aver ancora capito che la vera sfida, per l’economia europea viene dall’altra parte del mondo, dalla Cina. Le tensioni sviluppatesi con gli Stati Uniti non vanno certo sottovalutate. E non sono facilmente ricomponibili. Vi è tuttavia un quadro di rapporti istituzionali – dalla Nato all’Ocse e al G7 – all’interno del quale alcuni dei principali problemi possono essere se non altro affrontati.Nei confronti della Cina, invece, gli squilibri continuano ad aumentare e i rapporti rimangono sostanzialmente bilaterali, con i singoli paesi. Il surplus commerciale cinese con l’Unione ha superato 350 miliardi di euro lo scorso anno (da 160 nel 2019). Secondo stime della Commissione europea, potrebbe raggiungere 500 miliardi nel 2027. Le esportazioni cinesi verso l’Europa crescono dagli anni pre-Covid, mentre quelle europee verso la Cina ristagnano. La capacità di penetrazione dell’industria cinese riguarda oramai un’ampia gamma di settori, in particolare quelli a più alta tecnologia, dalle automobili all’industria chimica e delle energie rinnovabili. Ciò spiazza la produzione europea, non solo sul mercato interno ma anche sugli altri mercati globali. La produzione industriale è in calo da oltre due anni, in particolare in Germania e Italia. Sono a rischio milioni di posti di lavoro nel continente. Data la dimensione globale che ha ormai raggiunto l’economia cinese – intorno al 20 per cento –, continuare a crescere sul traino delle esportazioni genera deflazione, all’interno e verso il resto del mondo. L’aspetto preoccupante riguarda l’assenza di strategia per l’aggiustamento di tale squilibrio.Il meccanismo classico dovrebbe prevedere l’apprezzamento della moneta cinese nei confronti dell’euro, che renderebbe meno care le esportazioni europee rispetto a quelle cinesi. Ciò è tuttavia contrastato dalla politica valutaria messa in atto dalle autorità di Pechino. I controlli all’entrata dei movimenti di capitale impediscono ulteriormente l’apprezzamento dello Yuan. In realtà, l’eccesso di esportazioni è il prodotto della politica industriale portata avanti da anni dal governo e dalle autorità locali cinesi, che consiste nell’erogare sovvenzioni a settori considerati strategici. Ciò determina un eccesso di capacità produttiva e mantiene in vita imprese che si fanno concorrenza attraverso la riduzione dei costi e dei prezzi. L’eccesso di produzione viene riversato sui mercati esteri a prezzi stracciati. Vi è ampia evidenza della relazione negativa tra l’aumento dei sussidi pubblici e il calo dei margini operativi delle aziende che li ricevono.Questa politica penalizza i consumi interni, che risentono della compressione dell’occupazione e dei salari, e incide negativamente sulle importazioni dal resto del mondo. Determina, inoltre, un forte indebitamento del settore pubblico, che si aggira intorno all’8 per cento del pil all’anno. Il debito pubblico cinese ha raggiunto il 100 per cento del pil secondo l’Fmi, più del doppio rispetto a 10 anni fa, e previsto salire al 120 per cento nei prossimi 5 anni. Esso viene finanziato in larga parte dal sistema bancario, che beneficia di depositi a tassi zero. L’assenza di opportunità alternative per i risparmiatori, soprattutto dopo il crollo del mercato immobiliare, che non si è ancora assestato, spinge le famiglie a risparmiare ancora di più. A scapito dei consumi e delle importazioni.Nonostante l’insostenibilità di tale politica, la riduzione dei sussidi appare difficilmente percorribile perché provocherebbe il fallimento di molte aziende non competitive, incluse quelle di proprietà statale, con pesanti ripercussioni sul settore bancario e un effetto recessivo sull’economia.L’Europa non è ancora riuscita a trovare una posizione comune per affrontare il problema, nonostante il mercato europeo sia diventato sempre più vitale per l’economia cinese, soprattutto dopo le restrizioni imposte dagli Stati Uniti. La decisione di non reagire, un anno fa, né ai dazi americani né alle restrizioni cinesi sulle esportazioni di terre rare, è stata interpretata dai nostri interlocutori come un sintomo di debolezza politica. Pechino è inoltre riuscita a far credere ai governi europei – dalla Spagna alla Germania, senza eccezioni – che le relazioni bilaterali sono più efficienti di quella con l’intera Unione, come ha ricordato il Commissario europeo Séjourné in una recente intervista a Le Monde. La frammentazione politica, dovuta all’illusione dei singoli paesi di poter trattare alla pari con la Cina, ha invece aumentato la dipendenza economica dell’Europa. La foto della stretta di mano con Xi Jinping può forse finire nelle pagine dei giornali nazionali, ma non aiuta a risolvere i problemi.