Da qualche mese si parla ovunque di “gemello AI”.
Un’espressione che fino a poco tempo fa sembrava appartenere alla fantascienza e che oggi, invece, entra sempre più spesso nelle conversazioni quotidiane. Assistenti virtuali che imitano il nostro linguaggio, sistemi capaci di apprendere il nostro stile comunicativo, piattaforme che promettono di costruire copie digitali della nostra presenza.
Ma cosa accade quando questa possibilità incontra il tema della morte? Negli ultimi anni abbiamo iniziato a lasciare online enormi quantità di tracce di noi stessi: messaggi vocali, mail, fotografie, video, chat, registrazioni audio, post pubblici e privati. Una memoria digitale continua. Talmente estesa che alcune tecnologie sono già in grado di utilizzare questi dati per simulare il modo di parlare, di rispondere e perfino di relazionarsi di una persona.
È qui che nasce il cosiddetto “gemello postumo”.
Una presenza artificiale costruita sui dati lasciati da qualcuno dopo la sua morte.









