L’intelligenza artificiale sogna? Philip Dick si chiedeva se gli androidi sognassero pecore elettriche, probabilmente non immaginava che un giorno avremmo conversato con intelligenze artificiali, menti androidi. Oggi quella domanda non è più fantascienza.

Da qualche tempo utilizzo l’intelligenza artificiale come assistente. Mi aiuta a trovare riferimenti bibliografici, a verificare informazioni, a organizzare idee. Ma, come spesso accade, l’uso pratico ha lasciato spazio a domande più profonde. Tutto è cominciato da un sogno.

Molti anni fa commissionai all’artista Alberto Gennari un’illustrazione in cui Charles Darwin e Anton Dohrn sono uniti dalla stessa barba. Volendola mettere su una maglietta, mi serviva uno slogan, ma non lo trovavo. Sognai “due menti una barba”. Sapendo che i sogni svaniscono in fretta la scrissi immediatamente. Recentemente ho sognato “guerressere”, fondendo guerra e benessere: il warfare al posto del welfare. Anche in quel caso il termine mi apparve già formato, senza che riuscissi a seguire il percorso che l’aveva generato.

Ho chiesto all’intelligenza artificiale di propormi slogan per il disegno di Darwin e Dohrn o di trovare una parola che esprimesse il rapporto tra guerra e prosperità economica, non è arrivata né a “Due menti una barba” né a “guerressere”. Quando gliele ho proposte, però, le ha comprese immediatamente e ha saputo spiegare perché funzionano. Così abbiamo iniziato una lunghissima discussione sul ruolo dei sogni nella creatività.