Quando mi sono laureato in ingegneria informatica al Politecnico di Milano con Marco Somalvico, uno dei padri fondatori dell’intelligenza artificiale italiana, l’IA conversazionale era ancora una promessa lontana. Per questo motivo, l’avvento dei grandi modelli linguistici ha rappresentato la realizzazione di un mio sogno: finalmente le persone possono interagire con il computer senza dover imparare linguaggi strani, né dovendo usare interfacce complesse, ma conversando nella propria lingua naturale. Un cambio di paradigma che apre scenari inediti, soprattutto in campi, come la medicina, dove la capacità di questi sistemi di classificare oggetti o situazioni e predire eventi o esiti con capacità quasi sovraumane può diventare uno strumento potentissimo nelle mani di chi deve prendere decisioni che hanno un impatto sulle vite delle persone.
Cito spesso l’ambito medico: non solo perché ci lavoro da quando ero un dottorando di ricerca, ma perché negli ospedali ho trovato un laboratorio ideale, dove concepire idee con chi lavora in contesti complessi e in larga parte imprevedibili, trasformarli in prototipi e interfacce, e poi testare questi sistemi sul campo per valutarne efficacia e l’opportunità di adozione.







