Milano. Prima di riunire il suo team di sicurezza nazionale nella Situation Room, Donald Trump ha postato su Truth il suo commento sull’accordo con l’Iran, mentre alcune immagini da Teheran mostravano la Situation Room del regime iraniano riunita, perché in questa gara di nervi, in cui tutti dicono di avere le carte in mano e poi non ce le ha nessuno, ci vuole il consenso degli Stati Uniti e quello dell’Iran. Il presidente americano ha scritto che il regime iraniano “non avrà mai” l’arma nucleare, che lo Stretto di Hormuz deve essere aperto immediatamente senza pedaggi, per “un traffico senza restrizioni in entrambe le direzioni”, e che l’Iran deve completare la rimozione delle mine che sono rimaste, e le navi intrappolate ora potranno “tornare a casa”. Prima di passare alla questione più controversa, quella sull’uranio arricchito – su cui, secondo l’ultimo memorandum d’intesa che circola in questi giorni, si deve ancora negoziare – Trump pretende un riconoscimento dai parenti dei marinai finalmente liberi, definendosi “il vostro presidente preferito”. Quanto alla “polvere nucleare”, cioè quel che resta dell’uranio arricchito dopo gli attacchi con i B2 di un anno fa: sarà tirata fuori dalle viscere della terra dove è custodita “dagli Stati Uniti”, che “sono l’unico paese, con la Cina, che ha le capacità meccaniche di fare questa operazione”, in coordinamento con la Repubblica islamica e l’Aiea, e sarà “distrutto” (in maiuscolo). Non ci saranno scambi di denaro e “altre questioni, di minore importanza, sono state concordate”.Fino a questo momento, non c’è un testo scritto, non c’è un piano concordato sull’uranio, non c’è nemmeno chiarezza su Hormuz, perché un conto è liberare le navi intrappolate, un altro è restaurare la fiducia sul fatto che il cessate il fuoco è destinato a durare. E’ da aprile che si procede per prolungamenti di uno status quo intenibile, mentre si cerca di decifrare sia le intenzioni iraniane, naturalmente imperscrutabili visto che persino la Guida suprema, il nepobaby Mojtaba Khamenei, è invisibile, e il negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf scrive su X che “guadagniamo concessioni non tramite il dialogo ma tramite i missili”, sia quelle americane. Si passa dalla cautela del segretario di stato Marco Rubio, ieri a colloquio con il suo omologo pachistano, che parla di diplomazia, al capo del Pentagono Pete Hegseth che, sulla Uss Boxer vicino a Singapore (è diretta verso il Golfo Persico), con una maglietta con la scritta “This is war”, fa flessioni e addominali, e dice che o l’Iran accetta le condizioni o sarà guerra. Poi ci sono i soldi, unica stella polare del caos trumpiano, che compaiono nel memorandum d’intesa sotto forma di un fondo d’investimento creato apposta per la “ricostruzione dell’Iran”, un’idea dei due diplomatici-affaristi Steve Witkoff e Jared Kushner, un Board of Peace in salsa persiana, un miraggio, una scommessa, chissà.