di Cristina Zibellinic

L’omicidio del giovane Sako Bakari, in un meridione d’Italia dimenticato dalle istituzioni, appare l’espressione di un totale cedimento di una via umana alla complessità di questo epilogo epocale, ove risulta difficile scorgere anche solo un indizio della dimensione del tragico capace di aprire alla catarsi. Il gesto omicida del giovane El Koudry conferma la crisi, e pur rimanendo maggiormente ancorato a una dimensione storico-politica, è agghiacciante per l’indifferenza delle istituzioni alla vita di cittadini inermi e di un cittadino lasciato solo con la sua rabbia.

I minorenni di Taranto devono pagare duramente per aver tolto la vita a un uomo che stava cercando di vivere, ma come El Koudry avevano diritto a che le istituzioni si curassero di loro prima che arrivassero a compiere un gesto irreparabile.

Conosco per esperienza familiare la mancanza di risorse, di organizzazione, di serietà di quelli che sono ancora denominati Centri di salute mentale. A Roma, la cura del paziente psichiatrico è un percorso a ostacoli praticamente insormontabile, anche per i parenti diversamente sani del soggetto. Non esiste una segreteria psichiatrica: se si chiama il centralino risponde, quando risponde, il custode del complesso di edifici in cui è collocato anche il servizio psichiatrico. Non c’è alcuna trasparenza sull’organizzazione del servizio, i suoi responsabili. Non esiste un servizio di accoglienza e i casi di urgenza sono considerati quelli pericolosi per il paziente o per l’incolumità altrui e rinviati al 118, che conduce il paziente al pronto soccorso di un ospedale qualsiasi.