di
Chiara Daina
Seguiti dai servizi pubblici 850 mila utenti, ma è solo un decimo di chi ne ha bisogno. Spesa insufficiente, serve il 10% del budget sanitario. Il problema di chi commette reati, mentre il Terzo settore prova a fare da supplente. Non si intercetta il bisogno all’origine, troppo lunga la residenzialità
Che fine fanno le persone con un disturbo mentale che restano fuori dai servizi psichiatrici pubblici? È la domanda che s’impone leggendo i numeri dell’ultimo rapporto sulla salute mentale del ministero della Salute: nel 2024 gli utenti seguiti dai centri specialistici territoriali sono poco più di 845 mila, quasi diecimila in meno del 2023 e pari all’1,7 per cento della popolazione adulta del Paese, cioè circa un decimo di chi in realtà avrebbe bisogno di assistenza (il 15, 97 per cento), in base alle stime del Global burden of disease. «Secondo questa analisi, in Italia almeno sei milioni di adulti non accederebbero ai servizi pubblici di salute mentale, in parte restando senza una diagnosi e cure adeguate, in parte rivolgendosi al privato, a causa di liste di attesa e scarsa qualità dell’assistenza: gli interventi di psicoterapia sono appena il 7,4 per cento delle prestazioni offerte, a fronte di un aumento di circa il 25 per cento dell’utilizzo di farmaci antidepressivi negli ultimi dieci anni», sottolinea Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica (Siep) e direttore del dipartimento di salute mentale e delle dipendenze dell’asl Torino 5. La soluzione? «Garantire la disponibilità degli psicologi di base nelle case della comunità per intercettare il disagio mentale e prevenire la patologia».










