Domenico Giordano
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Foto LaPresse/ Claudio Furlan
Mi accodo volentieri al ragionamento che Giuseppe De Rita ha fatto l’altro giorno su questo giornale rispondendo alle domande di Aldo Torchiaro, così come con altrettanta convinzione vorrei sottoscrivere la sua previsione sulla prossima scadenza che attende la politica della singolarità e quella dell’opinione. Due rappresentazioni di un medesimo mutamento che negli ultimi tre decenni ha stravolto l’essenza stessa della leadership politica, a tutti i livelli istituzionali, e al contempo ha modificato la genetica della relazione tra queste e i cittadini.
Un rapporto che oggi si manifesta e si consuma prioritariamente e quasi esclusivamente nella dimensione digitale, piuttosto che fisica. La community ha rimpiazzato l’agorà e il like ha annientato prima la parola, poi la delega e infine il voto. Eppure, a dispetto della mia professione di comunicatore politico, sono tra coloro che contano con ansia il passare dei giorni in attesa di un ritorno “da qui al 2032 della politica della normalità. Una politica – come precisa ancora il fondatore del Censis – meno spettacolare e più fondata sulla mediazione sociale”, quindi affrancata dall’illusione dell’audience, che le piattaforme le regalano a mani basse e, solo all’apparenza, senza chiedere nulla in cambio.











