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13 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 15:57

L’esercizio ermeneutico di definire le tipologie del voto affermativo alla domanda referendaria del 22 e 23 prossimi – avviato giustamente per lo specifico caso di Calabria dal sempre inviso ai “benpensanti” procuratore Nicola Gratteri (“mafiosi e massoni deviati voteranno sì”) – si imbatte nelle acrobazie dialettiche di chi vorrebbe dare una verniciatura nobile alla propria scelta di accodarsi alla bastonatura simbolica della magistratura italiana. Il tentativo di avallare l’indegna operazione promossa dalla strana coppia Meloni-Nordio prendendone adeguate distanze e – così – pensando di salvare il proprio habitus di stimato membro dell’establishment illuminato e progressista; quale il manager di lungo corso Franco Bernabè, che si giustifica dichiarando la propria scelta lungamente sofferta. Macerazione intellettuale risolta dalla cervellotica illuminazione che il Sì – al netto di tutti i suoi effetti palesemente inutili e/o dannosi – garantirebbe in futuro l’emendabilità della giustizia; che invece sarebbe bloccata per l’eternità dal No. Chissà perché.

Sicché, ricercando un filo orientativo nei retro-pensieri di un numero considerevole di arrampicatori sugli specchi – e dando ovviamente per scontato che buona parte dei supporter del quesito referendario sono stati convinti in tal senso dalla potenza di fuoco della macchina propagandistica governativa – ipotizzo che gli odiatori dei giudici si ripartiscono in due categorie: quelli che son tali per ragioni corporative e quelli per motivazioni biografiche. Appartengono ai primi i promotori del disegno – cui si è già accennato più volte – di liberare la propria casta di appartenenza da ogni vincolo e contrappeso che ne impicci le scelte attraverso l’ispezione e l’applicazione della legge. Ossia la classe politica allargata – che comprende non solo il personale di partito, ma anche vaste faune colluse di lobbisti e affaristi – ormai omologata al proprio interno dall’istinto di sopravvivenza e dalla comune fruizione della condizione privilegiata.