L'oggetto occupa da solo i due terzi della sua galassia, dimostrando che nell'Universo primitivo i buchi neri sono nati già giganti, precedendo la formazione delle stelle e delle galassie ospiti
Una ricerca condotta da un team internazionale, e pubblicata sulla rivista Nature, si basa sulle osservazioni effettuate con il Telescopio spaziale James Webb (JWST) e si avvale di un importante contributo scientifico italiano, che include l'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), l'Università degli Studi di Firenze, della Scuola Normale Superiore di Pisa, della Sapienza Università di Roma e dell'Università dell'Insubria. L'oggetto analizzato è Abell 2744-QSO1, una galassia attiva estremamente compatta appartenente alla categoria dei cosiddetti "piccoli punti rossi", la cui emissione luminosa appare spostata verso le frequenze del rosso a causa della polvere interstellare e della distanza cosmologica, amplificata dall'effetto di lente gravitazionale esercitato dall'ammasso di galassie denominato Pandora.
L'impiego dello spettrografo NIRSpec a bordo del telescopio ha consentito di mappare con precisione il movimento dell'idrogeno gassoso attorno al centro della struttura galattica. L'analisi dello spostamento spettrale ha rivelato un profilo di rotazione kepleriano, indicando che il gas orbita attorno a una massa centrale concentrata secondo le medesime leggi meccaniche che regolano i sistemi planetari. Questa evidenza cinematica ha permesso di stabilire che l'oggetto centrale possiede una massa equivalente a 50 milioni di masse solari. La particolarità dell'osservazione risiede nel rapporto proporzionale tra le componenti del sistema: il buco nero concentra in sé i due terzi dell'intera massa galattica, una configurazione anomala rispetto alle galassie dell'Universo locale, dove i buchi neri supermassicci costituiscono solo una frazione minima della massa totale del sistema ospitante.













