di
Federico Fubini
Gli Usa firmano trenta accordi tra Africa, Asia e Sudamerica
C’è chi non viene a patti con i predatori, neanche quando lo squilibrio delle forze è schiacciante. Lo Zimbabwe è il 37esimo Paese più povero al mondo, con un reddito pro capite di tremila dollari l’anno e un abitante su dieci positivo al virus dell’Hiv. Gli Stati Uniti invece, oltre a essere la prima superpotenza con oltre un quarto dell’economia globale, sono sede delle più grandi case farmaceutiche e della ricerca più avanzata su tutte le malattie che tormentano lo Zimbabwe: la malaria e la tubercolosi, accanto allo stesso Hiv.
Ma il governo di Harare ha respinto l’offerta di aiuti sanitari per 367 milioni da parte del governo americano. In cambio, avrebbe dovuto firmare quello che l’amministrazione di Donald Trump definisce un «accordo di condivisione dei dati» e uno di «condivisione dei campioni». Lo Zimbabwe avrebbe dovuto, in altri termini, mettere a disposizione dell’amministrazione americana non solo i dati sanitari dei propri cittadini, ma anche materialmente gli agenti patogeni e i dati di sequenziamento genetico prelevati nella popolazione. Questi ultimi, da consegnare entro cinque giorni dal prelievo. Il rifiuto di Harare si è consumato in febbraio, ma solo pochi giorni fa la rivista scientifica Bulletin of the Atomic Scientists ha rivelato i dettagli del modello proposto dalla Casa Bianca. Gli Stati Uniti garantiscono aiuti sanitari per cinque anni, in cambio di una cessione di dati e campioni biologici per un quarto di secolo; questi avrebbero poi potuto essere trasferiti a dieci aziende farmaceutiche americane, che ne avrebbero avuto i diritti di proprietà per sviluppare nuovi farmaci (ai quali lo Zimbabwe stesso non avrebbe avuto accesso garantito).












