Delirante. Jeffrey Sachs definisce così la bussola con cui il presidente Donald Trump pretende di orientare il globo. L’economista, tra i più noti e influenti al mondo, direttore del Center for sustainable development alla Columbia University e consigliere di tre segretari generali dell’Onu (Kofi Annan, Ban Ki-moon e António Guterres) è spietato sulla dottrina estera della Casa Bianca. A partire dall’idea «assurda» della «presunta superiorità americana nella tecnologia, nella potenza militare e nella finanza», che si ostina a non tener conto di un mondo già multipolare. «Gli Usa conservano l’influenza più forte nelle Americhe e in Europa, ma ne hanno molta meno in Africa e in Asia, dove vive l’80% dell’umanità». Un’analisi che si estende al duello strategico con la Cina, alla partita ad altissimo rischio con l’Iran, ai rapporti sempre più logori con l’Europa fino allo smantellamento di quell’ordine internazionale che gli Stati Uniti avevano contribuito a edificare dopo il 1945 e che oggi sembrano intenzionati a lasciare andare.Lei ha definito Trump «il presidente più stupido del mondo» sull'Iran, sostenendo che il suo approccio rischia di scatenare la Terza Guerra Mondiale.«Gli Stati Uniti sono prigionieri dei propri fallimenti analitici ed etici. Trump pensava che l’Iran fosse un altro Venezuela, che fosse possibile allearsi con forze interne al Paese per rovesciare il governo. Ma l’analogia era sbagliata. L’Iran è molto più grande, potente, avanzato sul piano tecnologico; più lontano e con alleanze più solide. Gli Usa possono fare i bulli con il vicinato, ma non pretendere di controllare grandi Paesi in regioni lontane dell’Asia; soprattutto quando si tratta di civiltà antiche, sofisticate e forti. L’Iran ricorda che nel 1953 gli Stati Uniti distrussero la sua democrazia e installarono uno Stato di polizia durato 26 anni. Non vuole che accada di nuovo».Sulla politica mediorientale americana, lei ha denunciato l’eccessivo allineamento di Washington a Tel Aviv.«Gli Stati Uniti hanno dato spesso per scontato che i loro interessi e quelli israeliani coincidessero. Non è così. Israele sta portando avanti un progetto di espansione territoriale e di pulizia etnica della Palestina, il "Grande Israele". È questo che ha condotto al genocidio a Gaza e alle molte guerre fallite combattute insieme in Medio Oriente, compresa quella contro l’Iran. È tempo che Washington dica no a questo progetto e sostenga una pace di lungo periodo attraverso l’ammissione della Palestina come 194° Stato membro dell’Onu».Perché Netanyahu è riuscito con Trump dove aveva fallito con Obama e Biden?«Trump è più incline a visioni distorte della realtà, più impulsivo, meno sistematico. Ora gli Stati Uniti non hanno quasi più un vero processo decisionale in politica estera; è stato lui, personalmente, a commettere il grave errore di assecondare Netanyahu. Le persone con esperienza sapevano che era una guerra destinata a fallire, ma Trump si è circondato di yes-men».Lei ha descritto l’Europa come una "regione vassalla" di Washington. Le pressioni di Trump la porteranno a un’autonomia strategica?«L’Europa dovrebbe svegliarsi e capire che è nel suo interesse fare pace con Russia e Cina. La russofobia europea è irrazionale e controproducente. L’Europa ha consegnato la propria politica estera ai Paesi più ostili a Mosca, in particolare gli Stati baltici e la Polonia. Italia, Germania e Francia non dovrebbero lasciare che siano loro a dettare la linea. I grandi Paesi dell’Europa occidentale dovrebbero riconoscere la necessità di una cooperazione di lungo periodo con la Russia. Trump dovrebbe essere un campanello d’allarme: non per militarizzarsi, ma per tornare alla diplomazia con Mosca e costruire la pace in Europa. La chiave è un’Ucraina neutrale. È ciò che era stato promesso nel 1990, quando Germania e Stati Uniti assicurarono solennemente all’Unione Sovietica che la Nato non si sarebbe allargata verso Est. Berlino dovrebbe riconoscere e onorare quell’impegno, assunto per ottenere la riunificazione».È stato molto critico verso le sanzioni americane contro la Russia. Quelle a Cuba che conseguenze produrranno? Gli Usa hanno incriminato l'ex presidente Raúl Castro. Crede nel cambio di regime?«Le azioni degli Stati Uniti contro Cuba sono illegali e brutali. Violano un impegno fondamentale assunto da Washington dopo la crisi dei missili del 1962: quello di non minacciare più la sovranità cubana. I leader mondiali dovrebbero alzare la voce per fermare questa guerra economica illegale. Agli occhi del resto del mondo, gli Stati Uniti non sono più considerati una nazione affidabile e onorevole».Trump è da poche settimane rientrato dal vertice con Xi Jinping a Pechino. In che modo l’instabilità prodotta dalla politica estera di Trump sta rafforzando la Cina?«La posizione globale della Cina è già forte e continuerà a rafforzarsi. Non perché Pechino imponga il proprio peso al resto del mondo, ma perché da decenni porta avanti con successo una strategia di sviluppo che le ha permesso di costruire il più grande e innovativo settore manifatturiero al mondo. Nei prossimi anni, sarà al centro della trasformazione green e digitale globale: produrrà beni capitali e fornirà gran parte dei finanziamenti necessari. Gli Stati Uniti hanno in larga misura abbandonato l’economia green. In futuro, ci muoveremo su veicoli elettrici cinesi, non americani. Washington non ha una reale leva economica su Pechino. Ha provato – fallendo – a usare tariffe, sanzioni e restrizioni all’esportazione di tecnologie. Nulla ha funzionato. E nulla funzionerà».