di Enrico Galletti

Il 2 giugno la Repubblica italiana compie 80 anni. Le ragazze e i ragazzi del liceo Volta di Milano si raccontano, a rappresentare i giovani che si preparano all’esame. Il messaggio del presidente Mattarella: «Traguardo importante, con speranza e fiducia. Un grande in bocca al lupo»

C’è una canzone di De Gregori che fa pendant con una lettera: negli ultimi giorni ha fatto il giro degli uffici e delle classi. Aperta con orgoglio, merito anche del mittente, stampato sulla busta: arriva dal Qurinale, la firma — all’interno — è del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ringrazia, sottolineandone l’acume, i ragazzi della 5A e 5I del liceo scientifico Volta di Milano. Qualche giorno fa, in vista degli ottant’anni della Repubblica, hanno inviato al presidente un lavoro fatto nelle ore di educazione civica, due calendari che raccontano le madri costituenti: dodici donne, dodici mesi di libertà e diritti. Ce lo spiegano così: «Volevamo ribaltare la narrazione secondo cui a gettare le basi della nostra Repubblica siano stati solo gli uomini».

Mese per mese, pagina dopo pagina, le storie di Teresa Mattei, Nilde Iotti, Ottavia Penna, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli. «Una lettera e un calendario» ha scritto Mattarella nel messaggio recapitato alla scuola «frutto di un lavoro approfondito e pregevole». Tra pochi giorni, anche in quei corridoi, si farà spazio al primo scritto dell’esame di Maturità. Anche quel passaggio della storia del nostro Paese, in qualche modo, fu una prova. «Potremmo accostare il referendum del 2 giugno del 1946, con la scelta repubblicana, a un esame di maturità della nostra Italia», ha scritto il capo dello Stato, «una prova che aprì la strada al decisivo lavoro dell’Assemblea Costituente in cui eccelse il protagonismo delle donne che ne fecero parte», parlando di «traguardo importante, con speranza e fiducia», per concludere con un «grande in bocca al lupo agli studenti e alle studentesse di tutta Italia». Il calendario segna maggio. Entriamo in classe una mattina, è giovedì, i ragazzi della 5 quinta I sono seduti a semicerchio in un’aula allestita con i fondi del Pnrr, nella quale loro hanno posizionato microfoni e riflettori per farne uno studio di produzione di video e podcast. Su quei banchi fatti a esagono tutti e 24 trovano una copia del Corriere della Sera del 6 giugno del ’46, quella della foto storica di Anna Iberti, giovanissima 24enne che sbucava dal giornale e che poi, a distanza di anni, sarebbe diventata un simbolo. Sanno tutto, alcuni di loro, perché quelle cose, benché spesso occupino le ultime righe dei programmi, le hanno studiate a scuola. Qualche mese fa, fanno notare, se n’è parlato persino a Sanremo (dove però l’hanno chiamata «Repupplica», vabbè). Ottant’anni dopo, nell’era del digitale, bisogna fare i conti anche con questo: in una classe di ventiquattro ragazzi ci sono alcuni — la maggior parte — che un giornale di carta lo tengono in mano per la prima volta. Guarda lì: una studentessa, nel bel mezzo di una foto che forse andrà in copertina, segnala all’altra con un colpo di gomito che sta impugnando la prima pagina al contrario.