Si immagini di aver ricevuto il prospetto di un enorme regalo ma poi, per cause e colpe proprie, arrivi molto più svalutato del suo valore originale. Ecco, questo è il caso della Russia e delle entrate dall’export del suo greggio dopo che la crisi di Hormuz, complice la politica estera americana, aveva creato un’opportunità per Vladimir Putin. Perché quando il rublo si rafforza così tanto rispetto al dollaro, vuol dire che ogni dollaro derivante dal petrolio vale sempre meno per il bilancio federale russo. Sia chiaro, i soldi sono arrivati. Ma sono stati meno di quelli che sarebbero potuti essere con un cambio differente.All’inizio del 2026 le entrate energetiche per il bilancio federale erano in calo del 40 per cento su base annua. Per la Russia, un paese convertitosi a economia di guerra, il blocco di Hormuz ha regalato un’opportunità gigante: dare ossigeno alle casse in gran rosso offrendosi ai compratori asiatici, a vantaggio di maggiori risorse belliche, mentre il popolo ucraino è ancora impegnato sul proprio terreno a respingere l’invasore – che però oggi appare sempre meno invincibile. Questo è stato possibile anche grazie alla sospensione da inizio marzo, e poi prorogata, delle sanzioni americane sul greggio russo già in mare, per far aumentare l’offerta energetica mondiale e abbassare la pressione sul Brent e le aspettative sull’inflazione. Così a fine marzo, il primo mese pieno della crisi del Golfo, molti già incoronavano la Russia come grande vincitore dello choc energetico: il prezzo dell’Urals era passato dai 45 dollari di febbraio a circa 77, e le entrate raddoppiate in un solo mese da 9,7 a 19 miliardi di dollari.Grazie alla sospensione delle sanzioni, la Russia ha smesso di vendere il suo greggio sul “mercato nero” a sconto. Il problema, per il Cremlino, è che gran parte del rincaro e dell’aumento delle vendite si è però perso nella conversione dollaro-rublo. Le imposte petrolifere dipendono dal prezzo del greggio e dal cambio: se il rublo si rafforza, ogni dollaro di petrolio vale meno per il fisco russo. E il rublo è oggi intorno a 71 per dollaro, sui livelli più forti da oltre tre anni, sospinto dagli incassi in valuta estera e dal crollo dell’import sotto sanzioni. Ma le previsioni incluse nel bilancio per il 2026 prevedevano un greggio sotto i 59 dollari e un cambio del dollaro a 92 rubli (ossia, un dollaro equivaleva a più rubli di quanti ne valga oggi). Così, nonostante il greggio sia venduto a un prezzo ben più alto, il rublo molto più forte fa sì che i due movimenti tendano quasi a compensarsi. Il prezzo del greggio russo, in rubli, è sceso dell’11 per cento a maggio, anche per via delle ipotesi di riapertura di Hormuz, e il prezzo del barile è tornato più vicino a quanto previsto dal bilancio federale. In termini di gettito in rubli il Cremlino sta incassando ben di meno dell’extra che uno choc simile insieme al rincaro in dollari poteva offrire. Ed è stato Putin in prima persona, alla conferenza degli industriali, a segnalare il problema della moneta russa rafforzata.Il rafforzamento della valuta domestica non è stato l’unico fattore. Per sfruttare prezzi così alti bisognerebbe pompare di più, ma Mosca sta vivendo un calo strutturale da anni. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, ad aprile la produzione è scesa di 140 mila barili al giorno rispetto a marzo. E tra fine marzo e aprile, i droni ucraini hanno puntato al ramo della raffinazione e delle esportazioni, colpendo terminali e nodi logistici russi come Primorsk, Ust-Luga e Novorossiysk.Poi pesano le sanzioni sulle tecnologie occidentali, che rallentano gli sviluppi soprattutto nel settore Oil&Gas; l’impossibilità di finanziarsi normalmente all’estero, e dunque la crescita del costo del credito, anche per gli alti tassi d’interesse (14,5 per cento oggi) stabiliti dalla Banca centrale per rallentare l’inflazione. Per far quadrare i conti il regime ha portato l’Iva dal 20 al 22 per cento e abbassato da 60 a 20 milioni di rubli la soglia oltre la quale chi è in regime semplificato deve versarla. Tutto ciò e gli effetti della conversione a economia di guerra, con le risorse orientate verso difesa ed energia e con gli stipendi più alti concentrati in questi settori, hanno impattato fortemente sul tessuto imprenditoriale locale, proprio mentre i consumi continuavano a raffreddarsi. Secondo Opora, l’organizzazione delle Pmi russe, il 68,7 per cento delle imprese ha registrato ricavi in calo all’inizio dell’anno.La situazione ideale, per Mosca, sarebbe uno stretto chiuso ancora a lungo. Ma tra Washington e Teheran si tratta sulla riapertura, e quando arriverà quel guadagno parziale aggiuntivo, che viene anche dirottato in spese di guerra, si sgonfierà.
Perché Putin non incassa il regalo di Hormuz
Nonostante il vantaggio della sospensione delle sanzioni da parte della Casa Bianca e la corsa del greggio, le entrate per il Cremlino (una volta convertite dal dollaro) sono valse molto meno a causa del rafforzamento del rublo









