di
Marco Imarisio
Le casse statali della Russia sono sempre più sofferenti, la produzione è al palo. Ma il presidente minimizza. L'ironia di Zelensky dopo il raid su un impianto chimico in Siberia: «Una sanzione a lungo raggio»
«In questa situazione generale, facciamo a meno degli applausi, ma rallegriamoci almeno di non sentire i fischi». Venerdì sera, alla conferenza annuale dell’Associazione bancaria, Andrej Kostin, presidente di uno dei più importanti istituti di credito russi, forse il più disinvolto tra i pesi massimi in materia economica, ha raccontato una barzelletta volgarotta, dalla quale ha estratto questa morale. Sta andando tutto male, è la sua sintesi, «dal 2014 siamo tagliati fuori dalle fonti di finanziamento, abbiamo enormi spese militari» e, tutto sommato, stiamo reggendo da circa dodici anni. Risate e applausi dei presenti, e consueta faccia da sfinge della governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina.Potrebbe andare peggio, infatti. Potrebbero piovere droni. L’economia russa nell’ultimo periodo della cosiddetta Operazione militare speciale naviga in acque sempre più agitate. Persino l’inscalfibile Vladimir Putin ha dovuto prendere atto del fatto che da due mesi consecutivi ogni settore della produzione industriale è in calo, mentre il Pil ha registrato una contrazione dell’1,8%. Il presidente russo ha detto che appare evidente la presenza di circostanze oggettive, come la riduzione delle giornate lavorative dovuta a ponti festivi, le avverse condizioni meteorologiche, ma ha dovuto ammettere che c’è dell’altro. I soldi dello Stato stanno finendo. Lo ha detto pochi giorni fa il ministro dello Sviluppo economico Maksim Reshetnikov: «Le riserve dell’economia russa sono in gran parte esaurite».Sono cominciate le pressioni sulla Nabiulina affinché diminuisca l’alto costo del denaro grazie al quale sta tentando di imbrigliare l’inflazione. Nemmeno il petrolio può aiutare la Russia. Il governo non lo considera «una fonte aggiuntiva per risolvere i problemi di bilancio e macroeconomici», ha ammesso il vicepremier Aleksandr Novak, uno dei pochi che non chiude gli occhi davanti all’elefante nella stanza dell’economia russa. Anche se nasconde la guerra a metà della lista delle cause di questa crisi sempre più evidente.Novak sa che la Russia è a un bivio. Se non si tagliano le spese, l’unico modo per finanziare la guerra è l’aumento delle tasse. Per i cittadini, la vita diventerà senz’altro più difficile. E per una volta, la bacchetta magica del petrolio non può essere usata. Perché gli attacchi dei droni ucraini sui siti industriali e infrastrutturali stanno diventando un fattore importante nell’accompagnare la Russia verso una recessione della quale si intravedono già i primi segni. I bombardamenti hanno messo fuori uso praticamente tutte le principali raffinerie nella parte europea del Paese. Secondo le stime di Novaya Gazeta-Europa, il mercato ha perso il 35% della sua capacità di raffinazione del petrolio, che fornisce il 34% totale della produzione di benzina. Sono fermi impianti che producono circa 14 milioni di tonnellate di carburante su un totale di 41 milioni annuali, ovvero 94 milioni di tonnellate di petrolio lavorato su un totale di 270 milioni. E la notte scorsa l’Ucraina ha imposto un’altra «sanzione a lungo raggio», come l’ha definita con una certa ironia Volodymyr Zelensky. I droni hanno colpito la Metafrax Chemicals, una parte importante dell’industria chimica russa, che rifornisce dei suoi prodotti l’intero settore bellico. A Perm, in Siberia. A 1.700 chilometri di distanza dal fronte.Intanto si avvicinano le elezioni politiche del prossimo settembre, e in molti stanno cavalcando il tema economico per ingraziarsi i cittadini che hanno visto una forte battuta d’arresto nella crescita dei loro redditi e del loro potere d’acquisto. Naturalmente, le colpe ricadono sul governo e mai su Putin. Ma insomma, qualche verità sta iniziando a essere affermata, con tutte le precauzioni del caso. «La lunga guerra in Ucraina sta mettendo a dura prova il bilancio russo e, con tali spese, la crescita economica è impossibile», ha affermato Renat Suleimanov, deputato della Duma dalla regione di Novosibirsk, che ha aggiunto come la popolazione «non può certo consumare proiettili e carri armati». Appena il caso di ricordare come il 40% del bilancio federale sia destinato alla difesa e alla sicurezza. Quindi, ha concluso Suleimanov, «una rapida fine dell’Operazione militare speciale è semplicemente necessaria, Dio voglia che finisca con una vittoria, e non con un risultato provvisorio». Secondo un sondaggio di fine aprile del centro sociologico indipendente Levada, recentemente dichiarato agente straniero, il 62% dei russi pensa che occorra passare subito ai negoziati di pace, e solo il 27% insiste sulla prosecuzione delle ostilità.








