Per quanto tempo ancora la Russia potrà continuare una guerra su larga scala contro l’Ucraina? A giudicare dallo stato del vero asset di Mosca, l’economia legata alla produzione di gas e oil, le cose si stanno mettendo molto male. Da tempo, ma le ultime notizie sul fronte del petrolio sono gravi. E Putin lo sa. La sua visita in Cina sa molto di visita col cappello in mano. Stando alla semestrale appena pubblicata, «Rosneft», il gigante del petrolio guidato da Igor «Sechin – ex portaborse di Putin ai tempi di San Pietroburgo e, secondo diversi libri, ex agente del Kgb – ha riportato una diminuzione degli utili di quasi il 70% nel primo semestre. Rispetto allo stesso periodo del 2024, l'utile netto è diminuito del 68,3% nei sei mesi trascorsi. Il fatturato della società è diminuito del 17,6% (4,2 miliardi di rubli contro 5,1 miliardi nel primo semestre 2024). L'utile netto è passato da 773 a 245 miliardi di rubli (circa il 68,3%). Nel comunicato stampa Sechin collega la cosa alle sanzioni e al calo dei prezzi del petrolio dovuto all’aumento della produzione da parte dei paesi Opec, «l’espansione degli sconti» sul petrolio russo a causa delle sanzioni e i tassi alti imposti dalla Banca Centrale russa. Fatto sta che tutte queste cose sono, direttamente o indirettamente, legate all’avventura russa in Ucraina. Sechin non cita gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe. Solo per rucordare (alcune delle) le raffinerie Rosneft colpite dalle forze armate ucraine, a ferragosto è stata incendiata la raffineria di Syzran (Samara), una delle più grandi nel sistema "Rosneft", che produce tra l’altro il cherosene per l’aviazione russa. L’unità principale, Avt-6 è stata disabilitata, la raffineria produceva 6 milioni di tonnellate all’anno. A gennaio per due volte in una settimana era stata incendiata la più grande raffineria di petrolio di Rosneft, che si trova a Ryazan. Droni ignoti hanno ripetutamente bersagliato, fin da gennaio 2024, la raffineria di petrolio Rosneft a Tuapse, sulla costa orientale Del Mar Nero, nel Krasnodar Krai. Il 10 aprile è stata messa a fuoco la raffineria di petrolio di Rosneft a Komsomolsk-on-Amur. A inizio agosto, secondo dati di Bloomberg, le entrate russe dalle tasse sul petrolio a luglio erano a meno 33% rispetto a luglio 2024, quelle da petrolio e gas erano scese giù a -27%. Ovviamente il tracollo di Rosneft (che il 20 luglio è stata colpita anche da sanzioni secondarie: Rosneft ha scritto una nota ufficiale inferocita contro le sanzioni imposte dall’Ue su Nayara, la sua società indiana, attraverso cui è sospettata di aver eluso le sanzioni precedenti) non è il solo. In questo contesto drammatico, tutte le più grandi compagnie petrolifere nel primo semestre del 2025 hanno registrato un calo dei profitti di 2-3 volte. A parte Rosneft, Lukoil ha perso metà dei profitti, scesi a 287 miliardi di rubli contro 590 miliardi dell'anno precedente. Gazprom Neft è crollata del 54%, a 150 miliardi di rubli. Russneft cala di 3,2 volte, a 11,8 miliardi. Tatneft va giù di quasi di tre volte, a 54,2 miliardi di rubli. Ci sono alcune società gigantesche, come Surgutneftegaz, che addirittura sino andate in perdita (e ce ne vuole, in Russia, per andare in perdita col business “benedetto” del petrolio): meno 452,7 miliardi di rubli in sei mesi. Secondo i dati di Rosstat analizzati dal Moscow Times, l’industria petrolifera e del gas, da cui dipende un quarto del bilancio russo e il 20% del pil nazionale, ha perso il 50,4% del profitto consolidato. Il 45% delle compagnie ha chiuso il semestre in perdita — per 749,5 miliardi di rubli. Quel che è ancora più grave, Mosca non riesce più a dettare il gioco all’Opec, in sede di decisioni sui livelli di produzione. Il barile Urals, che a inizio 2025 costava quasi 70 dollari, a maggio è sceso a 52,1 dollari (a giugno era a 59,8 dollari). Il suo prezzo in rubli in 6 mesi è crollato di quasi il 30%. E’ in questo quadro che Putin si avvia in Cina, con Pechino che nel 2024 è stato il primo importatore mondiale di greggio russo (62,5 miliardi di dollari), assai più dell’India, sanzionatissima da Trump ma solo seconda nell’acquisto di greggio russo (con 52 miliardi di dollari). E con Xi Jinping che si pappa il greggio russo a prezzi bassissimi. Fa sorridere che, mentre Putin arriva nella città portuale di Tianjin, nel nord della Cina, per il primo vertice del suo viaggio cinese, un capitano di una nave cinese nella Manica posti su Tik Tok un video diventato virale, in cui si vanta di quanto greggio Pechino sta comprando dalla Russia a prezzi da discount: «Abbiamo appena caricato 110.000 tonnellate di petrolio greggio dalla Russia e siamo in viaggio verso Tianjin, in Cina!».