Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che più la guerra in Iran dura, e il blocco di Hormuz si protrae, più la Russia ne trarrà vantaggio; ma Kiev non ha certo intenzione di rimanere a guardare, anzi. Per segnare l’anniversario della strage russa a Bucha, commemorata ieri alla presenza dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea e dell’Alto rapresentante per la Politica Estera Kaja Kallas, negli ultimi giorni le forze armate ucraine hanno preso di mira le infrastrutture petrolifere russe, proprio per colpire al cuore la primaria fonte di ricchezza del nemico che finanzia così la sua guerra. In particolare i droni di Kiev hanno ripetutamente colpito, tra il 23 e la fine di marzo, tre strutture per l’esportazione del greggio sul Mar Baltico, non lontano da San Pietroburgo, causando vasti incendi visibili dai satelliti, dai confini con l’Estonia e con la Finlandia. Gli impianti danneggiati sono quelli di Primorsk, di Kirishi e di Ust-Luga, colpito per ben 5 volte. Un’altra “esplosione” sospetta si è verificata nelle ultime ore in uno dei più grandi impianti petrolchimici russi in Tatarstan, causando due morti e almeno 72 feriti.
Le autorità hanno parlato di «malfunzionamento delle apparecchiature» e secondo alcuni canali Telegram l’esplosione si sarebbe verificata presso un’unità di pompaggio esterna, propagandosi su una superficie di circa 1.500 metri quadrati. Il fumo denso che ne è scaturito ha perfino costretto le autorità aeronautiche a sospendere il traffico aereo nella zona. In questo caso l’Ucraina non ha confermato alcun attacco ma i canali di monitoraggio russi attivi su Telegram hanno segnalato una minaccia di droni nella regione. Kiev ha invece rivendicato un altro attacco avvenuto sabato mattina contro una grande raffineria di petrolio a Yaroslavl, a nord-est di Mosca. «Se ci colpiscono, noi risponderemo. Se accettano di fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche, la nostra risposta sarà speculare», ha detto Zelensky a proposito di tali attacchi. Il suo governo ha anche sottolineato che quello di Kirishi sul Baltico, tra i tre più grandi impianti di lavorazione del petrolio in Russia, produce «carburanti che sostengono le forze armate dello Stato aggressore».







