Le esportazioni di petrolio greggio russo verso la Cina stanno crollando tra i 500mila e gli 800mila barili al giorno nel mese in corso, il che significa quasi due terzi del normale livello delle forniture di greggio da Putin all’amico Xi. Emerge da un report molto detagliato pubblicato dalla società di analisi americana Rystad Energy AS. Si tratta di una caduta che mette a rischio un cespite dell’economia di stato russo (gas e oil valgono un quarto del totale delle entrate fiscali del bilancio della Russia, e queste entrate sono già cadute del 20%, secondo Bloomberg). Secondo il report, dopo le sanzioni americane sono successe anche altre cose. Sanzioni mirate al terminal petrolifero di Zhijiao, da cui passava il 10% delle importazioni di petrolio in Cina, stanno limitando anche l’arrivo dei flussi di greggio dall’Iran: la quantità di petrolio iraniano che resta sulle navi è aumentata fino a 48 milioni di barili, il livello più alto degli ultimi due anni. Idem accade per il petrolio russo (tipo ESPO). JPMorgan stima che un terzo delle esportazioni marittime della Russia, 1,4 milioni di barili al giorno, sono ora sulle petroliere, che diventano pericolosissime piattaforme galleggianti). Dunque questa varietà russa viene offerta con sconti incredibili: i russi lo propongono ai cinesi con sconto di 4 dollari al barile rispetto ai prezzi reali di riferimento. E bisogna vedere se Pechino resisterà a queste sirene. Benché il mercato assecondi le modifiche, e la Russia abbia mostrato una notevole capacità criminale di adattarsi al quadro delle sanzioni nell’illegalità della flotta ombra e con vari meccanismi di intervento illegale sui prezzi, il fatto certificato anche da istituti russi come il Centro russo degli Indici dei Prezzi (CCI) è che le spedizioni di petrolio russo dai porti nella settimana dal 3 al 9 novembre sono diminuite fino al minimo quasi negli ultimi tre mesi. Lukoil» e «Rosneft» sono finite sotto sanzioni americane il 22 ottobre. Insieme, rappresentano la metà delle esportazioni russe di greggio (2,2 milioni di barili al giorno), e se si considerano anche Surgutneftegaz e Gazprom Neft, che già sono sotto sanzioni Usa, il 70% dei volumi di esportazione russi è ora interessato dai blocchi. Il prezzo del greggio degli Urali, la principale varietà di greggio esportata dalla Russia, è sceso a 36,61 dollari al barile alla fine della scorsa settimana, il dato è certificato su almeno uno dei tre principali porti di esortazione russa, quello di Novorossiysk (citiamo da Argus media). Lo sconto del greggio Urals rispetto al Brent è salito a 23,51 dollari al barile, il livello più alto da marzo 2023 (prima delle sanzioni Usa, i barili di Urals venivano solitamente venduti con uno sconto di 12-13 dollari rispetto al Brent). Aziende cinesi enormi come le statali Sinopec e PetroChina, o come la società di raffinazione del petrolio Yanchang Petroleum, hanno iniziato a rifiutare il petrolio russo per non incappare nelle sanzioni secondarie minacciate dagli Usa. A inizio novembre, secondo Bloomberg, le raffinerie cinesi avevano cancellato una significativa parte dell’expo di petrolio dalla Russia, colpendo quasi la metà del totale di arrivi giornalisti di petrolio russo in Cina. Le indiane Reliance Industries, Mangalore Refinery, Bharat Petroleum, Hindustan Petroleum, Petrochemicals e HPCL-Mittal Energy hanno già interrotto gli acquisti diretti da Rosneft e Lukoil. Prima delle sanzioni americane, compravano circa 1 milione di barili al giorno di greggio russo. In questo quadro è più che comprensibile che l’inviato di Putin in America, Kirill Dmitriev, faccia uscire lui i leaks di un presunto “piano di pace”, spacciandolo come le volontà americane, quando sono i desiderata del Cremlino mentre la sua economia affonda.