La guerra nel Golfo si incrocia di nuovo con quella in Ucraina e il tratto che le unisce è la crisi energetica. L’Unione europea, rivela Bloomberg, mentre in Iran prosegue lo stallo sulla tregua e il conflitto si avvia al suo quarto mese, sta valutando un congelamento temporaneo del tetto massimo sul prezzo del petrolio russo prima dell’eventuale rialzo previsto in estate. Bruxelles ha adottato lo scorso anno un meccanismo dinamico per garantire che il price cap venga fissato automaticamente ogni sei mesi a un livello inferiore del 15 per cento rispetto al prezzo medio di mercato del greggio russo Urals, il Brent di Mosca. L’attuale soglia di prezzo è di 44,10 dollari al barile e a luglio vedrebbe probabilmente il livello salire ad almeno 65 dollari. La Russia ha subito reagito con soddisfazione. «Come previsto, la crisi energetica sta costringendo l’Ue a essere più realistica e a iniziare a correggere gli errori del passato. L’Europa ha bisogno della Russia per sopravvivere», ha scritto con toni trionfalistici su X il consigliere presidenziale russo Kirill Dmitriev, commentando le indiscrezioni. Mosca ha sfruttato la crisi di Hormuz per cercare di raddrizzare la situazione economica e finanziaria. Gli Stati Uniti hanno sospeso in via temporanea le sanzioni sul suo “petrolio galleggiante”, 140 milioni di barili già caricati sulle petroliere, spesso “fantasma”. Il Giappone ha ricominciato a comprare il suo greggio, a prezzo di mercato, vale a dire attorno ai 100 dollari al barile. Perfino il Regno Unito, solo pochi giorni fa, ha allentato le sue sanzioni nei confronti di petrolio e gas russi, consentendo le importazioni di diesel e carburante per aerei raffinati in Paesi terzi ma provenienti dal petrolio russo ed eliminando le sanzioni sul Gnl da due porti russi. L’analista del settore Rory Johnston ha commentato che «la Russia continua a essere il grande beneficiario della guerra in Iran». Anche perché le riserve di petrolio mondiali si assottigliano sempre più. Nello stesso Giappone, per esempio, sono scese a 270 milioni di barili, 100 milioni in meno rispetto alla media. L’eventuale mossa non sarebbe la prima battuta d’arresto nella strategia energetica europea nei confronti della Russia. Una proposta per il ban totale delle importazioni di petrolio russo – dopo quello nei confronti del gas già approvato – era attesa inizialmente per la metà di aprile, ma era poi stata rinviata a causa della crisi energetica dovuta alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Ad oggi non c’è una data prevista perché la Commissione europea presenti tale misura. Riguardo alle modifiche al price cap, invece, la misura è in valutazione nel contesto del prossimo pacchetto di sanzioni Ue nei confronti di Mosca, il ventunesimo, su cui sta lavorando la Commissione europea e che potrebbe essere presentato agli inizi di giugno. Tra le altre misure, potrebbero essere colpite ulteriori banche, trader di petrolio, raffinerie e operatori crypto in Paesi terzi utilizzati da Mosca per aggirare le restrizioni del blocco. Inoltre, circa 20 petroliere aggiuntive sarebbero sanzionate tra le navi che la Russia utilizza per trasportare il proprio petrolio, la cosiddetta “flotta ombra”; in seguito, questo regime verrebbe esteso alle navi che trasportano Gnl. Difficile, invece, l'attivazione del ban totale per i servizi marittimi nei confronti della Russia, introdotto dal ventesimo pacchetto ma in sospeso a causa delle preoccupazioni di alcuni Paesi costieri, come Grecia e Malta, che vorrebbero un accordo a livello G7 prima di procedere.