«Gli Stati Uniti sono il nostro nemico». La frase dell’ex presidente russo Dmitry Medvedev su Telegram segna il momento in cui anche il Cremlino deve ammettere: è cominciata la guerra economica. E per la prima volta Putin potrebbe vacillare. Le sanzioni americane contro Rosneft, Lukoil e 34 filiali colpiscono infatti il cuore del sistema russo: il petrolio, la fonte primaria di finanziamento della guerra e dell’economia di Mosca. Quelle due società rappresentano insieme circa il 5% della produzione mondiale di greggio, e oltre metà dell’export russo.
Il gettito fiscale che ne deriva copre da solo un quarto del bilancio federale e una quota stimata fra 10 e 15 per cento delle entrate complessive dello Stato. In altre parole, colpire Rosneft e Lukoil significa incidere direttamente sulla capacità russa di finanziare la macchina bellica e sostenere la sua rete di sussidi e stipendi pubblici. Per alcuni analisti, se le sanzioni secondarie dovessero essere applicate fino in fondo, le perdite per Mosca sarebbero pari a circa 109 miliardi di dollari l’anno (9 al mese), più o meno quanto l’intero bilancio militare di un anno. Per l’Atlantic Council, le sanzioni occidentali avevano già ridotto del 24% i ricavi energetici russi tra 2022 e 2023. Ora il colpo inferto da Washington e Bruxelles rischia di intaccare la filiera parallela che Mosca ha costruito attraverso intermediari tra India, Cina e Medio Oriente. Putin lo sa. Giovedì, parlando coi giornalisti, ha riconosciuto che «sono previste alcune perdite», aggiungendo però che «nessun Paese che si rispetti fa mai qualcosa sotto pressione». Presa d’atto del costo economico reale delle sanzioni, anche perché la misura non colpisce soltanto l’export: ogni banca che faciliti pagamenti o intermediazioni con Rosneft e Lukoil rischia di essere esclusa dal sistema finanziario Usa. La misura è costruita per isolare Mosca non solo dal mercato ma dai circuiti di compensazione. Medvedev ha reagito nel suo stile estremo: «La guerra in Ucraina è ormai la guerra di Trump». Una formula che il Cremlino gli consente di usare per dire apertamente ciò che Putin non può: la Russia si sente sotto assedio e lo scontro con l’Occidente è totale. Con Trump come con Biden. Ricorda The Economist che la Russia «sopravvive aggrappandosi», con la crescita ferma all’1%, l’inflazione che resta alta, la valuta debole e la spesa militare che assorbe ogni margine di bilancio. Finora il Cremlino ha retto perché il petrolio ha continuato a scorrere, a prezzo scontato ma in volumi quasi da record. E poi perché quella russa è una dittatura, un sistema autarchico. Ma se il nuovo pacchetto di sanzioni riuscirà a dissuadere i grandi acquirenti asiatici, Mosca dovrà riorientare una produzione che non può essere tutta assorbita dalle sue raffinerie, già in difficoltà dopo gli attacchi dei droni ucraini.










