«Abbiamo iniziato a considerare le offerte dei potenziali acquirenti»: con un secco annuncio sul proprio sito, la compagnia petrolifera russa Lukoil ha mandato giù le sue quotazioni alla Borsa di Mosca. Le sanzioni introdotte da Donald Trump a causa del «rifiuto del presidente Putin di finire questa guerra insensata» - come recita il comunicato del segretario al Tesoro americano – possono venire bollate come insignificanti dai portavoce del Cremlino, ma i diretti interessati le hanno prese molto sul serio. La Lukoil è il secondo produttore russo: insieme al colosso statale Rosneft è responsabile di più della metà del greggio nazionale, il 3% dell’estrazione mondiale. Ora, parte di questo impero viene messo in vendita, tra giacimenti dall’Iraq al Venezuela, raffinerie in Bulgaria e Romania e distributori di benzina in giro per il mondo, per un totale di quasi un terzo dei ricavi della società, secondo il Moscow Times.
Da Rosneft-Lukoil a Sibneftegaz, Bashneft, Neftegaz: ecco il petrolio di Putin colpito da Trump
A Mosca ci si chiede se sia una operazione di copertura, che benefici acquirenti di comodo per evitare le sanzioni. Una quota della società è in mano allo Stato russo, e difficilmente può mettere in vendita i suoi attivi esteri – l’inaugurazione delle stazioni di rifornimento negli Usa era stata molto sbandierata a suo tempo come un grande successo – senza il consenso del Cremlino. L’annuncio della vendita è comunque un segnale: la missione last minute del negoziatore russo Kirill Dmitriev a Washington non è andata bene, la svolta di Trump non è soltanto umorale, come scrivono alcuni editorialisti moscoviti, e un ritorno alle simpatie verso Putin non è in programma. È vero che molti analisti, come Sergey Vakulenko di Carnegie, profetizzano che India e Cina troveranno modi per aggirare l’embargo, ma significherebbe comunque un aumento dei rischi (e dei costi) degli acquirenti, e quindi una riduzione dei ricavi dei russi.











