È il primo segnale che qualche impatto le sanzioni contro la Russia varate la scorsa settimana dagli Usa lo hanno avuto: il colosso petrolifero Lukoil, nel mirino con Rosneft, venderà i suoi asset all’estero proprio «a causa delle misure restrittive nei confronti della società e delle sue controllate». La procedura di gara è già iniziata, ha fatto sapere senza però specificare quali asset in particolare intenda vendere. Il principale è il 75% della società che gestisce il giacimento iracheno West Qurna 2, uno dei più grandi al mondo. Ma possiede partecipazioni in 11 Paesi, tra cui Bulgaria, Romania e Paesi Bassi, oltre che 2.450 stazioni di servizio in diversi Stati.
Insieme a Rosneft, Lukoil rappresenta il 55% della produzione petrolifera russa. Le nuove sanzioni, le prime approvate sotto l’amministrazione di Donald Trump, prevedono il congelamento di tutti i loro asset negli Usa e impongono alle aziende statunitensi di smettere di fare affari con loro entro un mese, pena sanzioni secondarie sulle banche che gestiscono le transazioni. Operare all’interno del dominante sistema finanziario statunitense diventerà impossibile per i due giganti del petrolio. L’obiettivo di Washington è tagliare le risorse di Mosca per costringerla a negoziare una tregua in Ucraina.











