La furia di Dmitrij Medvedev, che parla di «atto di guerra contro la Russia», e il calcolato distacco di Vladimir Putin, che al termine di una giornata trascorsa a parlare di demografia e di politiche per le famiglie ha commentato le nuove sanzioni americane contro l’industria petrolifera russa: un «atto ostile che non rafforza le relazioni tra Russia e Stati Uniti», ma che non influirà in modo determinante sull’economia russa: che subirà delle perdite, ma che nel suo comparto energetico ha basi solide. «Il contributo della Russia agli equilibri energetici globali è cruciale – ha detto Putin -. Ci vorrà tempo per sostituire il petrolio russo». Prima di lui, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova aveva affermato che l’impatto delle restrizioni non sarà quello sperato in Europa e a Washington, dal momento che la Russia ormai ha sviluppato anticorpi che la rendono «immune».

Ed è questo il cuore del problema: quantificare la portata delle novità annunciate da Donald Trump e dal suo segretario al Tesoro, Scott Bessent, per immaginare se l’effetto congiunto di queste e delle ultime sanzioni decise in Europa possano incidere sulla macchina da guerra di Putin in modo da spingerlo al negoziato. «Ho avuto la sensazione che non saremmo arrivati al punto in cui dobbiamo arrivare, quindi l’ho cancellato», ha spiegato Trump mercoledì sera riferendosi al previsto summit con Putin a Budapest. È dunque venuto il momento giusto, ha detto ancora il presidente americano, «di colpire la Russia con sanzioni tremende». Le prime del secondo mandato Trump, dopo tante minacce rimaste tali.